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Joan Mirò - Il Carnevale di Arlecchino


In un grande spazio vuoto sono concentrate innumerevoli piccole forme: oggetti fantastici, segni grafici, piccole figure della natura incerta fra l'essere umano e l'animale, forme biologiche e astrali e note musicali. In questo universo puramente fantastico molti oggetti hanno però una forma riconoscibile, in quanto tratti direttamente dalla realtà esperibile: il dado, l'occhio, il cono, il cilindro, la scala a pioli. Quest'ultima ricorre molto spesso nelle opere dell'artista, in quanto simbolo di magica evasione, di elevazione verso l'alto. Alla spazialità dell'ambiente, resa in maniera molto semplificata per mezzo di due tonalità differenti di marrone, fanno da contraltare nella parte destra del dipinto il piccolo tavolo disegnato in prospettiva e la finestra, ritagliata nello spessore del muro, che lascia vedere in un cielo terso e sorvegliante da un piccolo astro bianco e nero due variazioni di una medesima forma: un geometrico e stabile cono nero e una mobile lingua di fuoco color rosso.

Capovolgendo un luogo comune della pittura che contrapponeva interni disciplinati e rassicurati al mondo esterno come luogo del disordine, Mirò immerge lo spettatore in una stanza popolata da numerosissimi oggetti e presenza, mentre la realtà esterna sembra caratterizzata da una dimensione di pace. Il dipinto appare agli occhi dello spettatore come una sorta di balletto, un carnevale in maschera, una grande festa per gli occhi e per la mente, popolata da presenze che producono immagini da cui scaturiscono altre immagini. L'opera è la trascrizione geometrico-poetica delle suggestioni dell'inconscio.

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