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Edouard Manet - Olympia

L’Olympia fu composta poco dopo “la colazione sull’erba” e venne presentata al Salon del 1865. Le critiche furono davvero velenose; infatti si parlò di impostatura, di presa in giro. Eppure la composizione segue fedelmente l’iconografia tradizionale: è evidente il ricordo della Venere di Urbino di Tiziano e della Majia desnuda di Goya. Malgrado i rapporti tematici con il passato, Olympia rompeva, ancor più decisamente, con la tradizione accademica per la modellazione esclusivamente coloristica. Anzi, indipendentemente dal soggetto, ogni particolare, anche quello più insignificante, ha un suo preciso valore cromatico collocandosi in rapporto con tutti gli altri e con l’insieme: il fiocco rosa, il nastrino sul collo, il mazzo di fiori, il braccialetto, il gatto nero, le scarpette, si concatenano armonicamente con le più vaste pezzature cromatiche dei lenzuoli e dei cuscini bianchi, della sovraccoperta di seta giallo chiaro ornate di nappe e di fiorellini, del bel corpo ambrato della donna nuda, delle veste rosa della cameriera nera; questi colori, distesi in superficie, senza passaggi chiaroscurali, sono resi più luminosi dal contrasto con il fondo scuro, diviso, dalla verticale del pannello di sinistra, in due settori di diverse tonalità, cui si sovrappongono il lembo di tenda aperta a sinistra e la testa con la mano della donna di colore a destra.

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