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Il duomo di Milano

La fabbrica del Duomo di Milano, desinato a sostituire l’antichissima Santa Maria Maggiore, intorno al 1386 era già stata avviata secondo un progetto in tipico cotto lombardo, quando Gian Galeazzo Visconti, desideroso di emulare le cattedrali transalpine, promosse una costruzione di dimensioni colossali, rivestita di marmo e realizzata da un’equipe di maestranze internazionali: il Duomo doveva infatti testimoniare l’ascesa della signoria viscontea e il crescente potere economico di Milano in ambito europeo. Il primo modello ligneo (1387) si deve ad un architetto tedesco, Anechino di Alemania, a capo della fabbrica in questa prima fase, a cui parteciparono maestri di area germanica, francese, fiamminga e boema, non senza accese polemiche e stilistiche. La cattedrale iniziò ad essere pensata prima sulla carta, attraverso i disegni, e la fase progettuale assunse sempre maggiore importanza. Dal 1391 al 1398 diventò ingegnere della fabbrica Giovannino de Grassi, lì attivo come pittore e miniatore dal 1389. La pianta a croce latina ha cinque navate (tre nel transetto poco sporgente); il coro è profondo e termina con un’abside semiesagonale con deambulatorio, affiancata da due sacrestie. La costruzione iniziò da qui, per continuare fino all’Ottocento. La durata dei lavori e i tratti stilistici locali hanno conferito al Duomo un carattere del tutto originale: la dilatazione in senso orizzontale, l’attenuazione del verticalismo interno e la struttura sostanzialmente a capanna evidenziano una solidità tipicamente lombarda. Strettissimo è il rapporto fra architettura e scultura, che ricopre le superfici con ornamenti flamboyant e vegetali e con un popolo di statue tra i più numerosi d’Europa.

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