L'arte fenicia

L'arte fenicia si inquadra in quella siriana, con confluenze egiziane, mesopotamiche, egee e anatoliche; sono scarse le aspirazioni alla grande arte, trattandosi di produzione di livello artigianale. L'arte fenicia si caratterizzò per una carenza di unitarietà e di totale originalità e tranne Cartagine, quasi tutti gli altri siti fenici situati sul mare, si rivelarono più che altro empori adibiti al commercio, quindi poco espressivi di manifestazioni artistiche. La glittica deriva dallo stile della Mesopotamia, mentre la ceramica mostra una produzione tipicamente egea, ed inoltre i metalli evidenziano una commistione dell'arte mesopotamica e dell'Anatolia. Tre furono i tipi di santuari diffusi: il tempio di derivazione egizia, contraddistinto dall'elemento autoctono della doppia colonna libera nel cortile d'ingresso, il recinto sacro contenente l'altare al centro della struttura, e il tophet caratterizzato da stele e cappelle votive. I Fenici si misero in luce per la produzione di stoffe e di tessuti, nei centri di Sidone e Tiro, e nella lavorazione dei metalli. Gli oggetti ritrovati a Byblos sono decorati con la tecnica della granulazione e del tratteggio. Probabilmente i Fenici si stanziarono nella parte occidentale dell’isola in età anteriore a quella ellenica (o forse contemporaneamente agli elleni). L’origine di Palermo è fenicia così come quella della non lontana Solunto, di San Pantaleone e della piccola Mozia. Le colonie fenicie erano organizzate come punti di scambi commerciali in relazione alla loro attività principale, quella marittima e mercantile. Con i maestosi cedri del Libano, i fenici costruivano agili imbarcazioni per navigare nel Mediterraneo e così le coste raggiunte sono state attivate nel tempo da porti fiorenti.

Si racconta che, gelosissimi della loro supremazia sul mare, questo popolo teneva in segreto le rotte da seguire e diffondeva leggende terribili per scoraggiare la concorrenza. Sono stati, infatti, i fenici ad inventare l’esistenza di Scilla e Cariddi: i due mostri che affondavano le navi nello stretto di Messina.
L’esigenza di facilitare i rapporti con i popoli più diversi ha spinto probabilmente i fenici ad elaborare una scrittura semplice e veloce: nasce così l’alfabeto della città di Biblo con ventidue segni corrispondenti ai principali suoni della voce umana. Dall’alfabeto fonetico sono derivati quello ebraico, quello greco e quello romano ancora oggi in uso. Le più importanti testimonianze della presenza fenicio-punica (VIII-VII sec a.C.) nella Sicilia occidentale sono conservate nel Museo archeologico di Palermo, a Solunto e a Mozia, in cui si ritrovano mura e porte fenicie, una necropoli ed un recinto sacro, in cui si sacrificava il primo nato, i cui resti erano poi conservati in un vaso, che veniva interrato accanto ad una stele con raffigurazioni simboliche. A Marsala, l’antica Lilibeo, il Museo archeologico conserva una nave punica, rinvenuta nelle vicine acque, che documenta in modo straordinario le avanzate conoscenze cui erano pervenuti i fenici.

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