Nei primi anni del suo principato la politica di Tiberio fu moderata e rispettosa dell'autorità del senato, di cui cercò il consenso e al quale affidò il potere di eleggere i magistrati, in precedenza assegnato ai comizi. La sua amministrazione delle province fu attenta e scrupolosa, la gestione delle risorse pubbliche e dei prelievi fiscali oculata, tanto da assicurare allo Stato una notevole solidità economica, che Tiberio sfruttò a sostegno dei piccoli proprietari terrieri danneggiati dalla concorrenza dei latifondisti.
In politica estera, in continuità con la linea seguita da Augusto, Tiberio tese a consolidare più che a estendere i confini dell'impero. In questa prospettiva si spiega il richiamo a Roma del nipote Germanico, che aveva intrapreso una serie di audaci campagne militari oltre il fiume Reno, dove aveva ripetutamente piegato i Germani per vendicare la sconfitta di Teutoburgo. Germanico fu poi inviato in Oriente, dove tuttavia morì improvvisamente nel 19 d. C. La sua morte alimentò il sospetto che fosse stato avvelenato per ordine di Tiberio, ingelosito dalla sua grande popolarità di condottiero.

Di carattere schivo e riservato, Tiberio non godette mai della notorietà di Augusto, anche perché si rifiutò di accontentare la plebe attraverso una politica di donazioni e di spettacoli pubblici, esponendosi per questo all'accusa di avarizia. Ad aumentare il suo isolamento contribuirono i complotti dell'ambizioso prefetto del pretorio Seiano, il quale, aspirando alla successione, aveva conquistato la sua fiducia facendogli credere di essere vittima di oscure congiure. Nel frattempo Tiberio si era ritirato nella sua villa di Capri, lasciando il governo di Roma nelle scaltre mani di Seiano. Quando tuttavia le trame del capo dei pretoriani vennero allo scoperto, l'imperatore non esitò a farlo uccidere, insieme a numerosi avversari politici, eliminati con l'accusa di lesa maestà. Gli ultimi anni del potere di Tiberio furono caratterizzati dal dispotismo. Quando morì, nel 37 d. C., egli non fu dunque rimpianto né dal popolo, né dal senato, anche se nel complesso lasciava uno Stato rafforzato e in pace.

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