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Tentativo insurrezione di Catilina
Disperando ormai di poter giungere al potere legalmente, Catilina cominciò a pensare a un’insurrezione armata. Oltre all’eliminazione di Cicerone, il suo progetto prevedeva una serie di azioni terroristiche e la successiva occupazione di Roma per mano di un esercito formato da persone facenti parte degli strati più umili della società romana (sottoproletariato urbano, braccianti stagionali, artigiani e persino schiavi). Successivamente Cicerone venne a conoscenza della congiura odita da Catilina e nella seduta del 21 ottobre del 63 a.C ne svelò l’esistenza in Senato, pronunciando l’orazione nota come Prima Catilinaria che esordiva con la storica frase: "Quo usque tandem, Catilina, abutersi patentia nostra? (“Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?”).
L’8 novembre Catilina fu dunque costretto a lasciare la città e si rifugiò a Fiesole, dove si trovavano le sue truppe; i congiurati rimasti a Roma però non rinunciarono al progetto e decisero però di imbracciare comunque le armi il successivo 17 dicembre. Ma anche questa volta la notizia trapelò prima che i congiurati passassero all’azione ed essi furono arrestati e condannati a morte senza diritto di appello: questa procedura contraddiceva una delle regole fondamentali della Costituzione repubblicana secondo la quale contro le sentenze capitali si poteva fare appello al popolo.
Solamente Cesare, in Senato, alzò la voce per chiedere che non venisse compiuta questa gravissima illegalità e che la condanna capitale venisse commutata nella pena dell’esilio e della confisca dei beni, ma non fu ascoltato. I congiurati catturati a Roma furono quindi messi a morte e poco dopo, nel gennaio del 62 a.C, coloro che s erano rifugiati in Etruria furono sconfitti nella battaglia di Pistoia: qui morì lo stesso Catilina, da valoroso, come molti dei suoi seguaci che tennero testa sino all’ultimo all’assalto dell’esercito consolare.

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