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Publio Cornelio Scipione l’Africano


Può essere definito come eterno rivale di Annibale. Nato nel 236 e morto nel 183 a.C., figlio e nipote di consoli che avevano combattuto ed erano stati sconfitti da Annibale, fu detto “Africano” per la vittoria sui Cartaginesi. Per questo si può senz’altro affermare fra esisteva un conto aperto che andava saldato. Viene chiamato anche Africano maggiore per distinguerlo da Publio Cornelio Scipione Emiliano detto Africano minore, che distrusse Cartagine nel 146 a.C.
Da giovane ufficiale partecipò alla battaglia di Canne del 216 a.C. I Romani ne uscirono gravemente sconfitti, ma Scipione fu fra i pochi che riuscirono ad emergere e a rifarsi una carriera. Nel 213 a.C., pur non avendo ancora raggiunto l’età legale, fu eletto magistrato edile con grande acclamazione popolare. Poiché nel 211 a.C., il padre e lo zio furono sconfitti ed uccisi dai Cartaginesi in Spagna, dove avevano portato la guerra, Publio Scipione fu nominato comandante generale dell’ Iberia; qui, non solo risollevò la situazione, ma sottomise sotto il dominio romano quasi tutta la penisola. La sua prima impresa fu la conquista di Nova Cathago, (odierna Cartagena), capitale punica nella penisola iberica riuscendo così ad impadronirsi dei suoi immensi depositi di merce. In quell’occasione, tuttavia, manifesto un aspetto del suo carattere che lo contraddistinse sempre: clemenza nei confronti delle popolazioni vinte. Fu proprio in Spagna che egli apprese la tecnica bellica di aggiramento imparata proprio da Annibale.
Terminata la conquista dell’ Iberia nel 206 a.C., Scipione tornò a Roma dove fu eletto console e gli fu affidato il governo della Sicilia. Da qui, gli fu facile organizzare lo sbarco in Africa, nonostante il Senato avesse espresso il parere contrario. L’operazione riuscì ed Annibale, ancora in Italia, fu costretto a rientrare a Cartagine con il suo esercito. Scipione l’Africano ed Annibale si scontrarono a Zama: l’esercito romano riportò una schiacciante vittoria su quello cartaginese. Dopo Zama, Scipione continuò la sua carriera politica e mori a Literno, in Campania, dove si era ritirato in esilio volontario perché colpito ingiustamente, dall’accusa di essersi appropriato indebitamente del bottino di guerra.
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