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I Romani e gli schiavi


Nella società romana, accanto asi cittadini romani liberi (= ingenui) che godevano di tutti i diritti civili (=cives optimo iure) esistevano anche gli schiavi. Le loro condizioni di vita erano molto penose. Dal punto di vista legale non erano considerati uomini ma cose (=res): potevano essere venduti, affittati, frustati, incatenati o addirittura uccisi senza rendere conto a nessuno e questo è avvenuto fino al tempo dell’imperatore Adriano.
In tutto l’impero si svolgeva un fiorente commercio di schiavi il cui centro era l’isola di Delo. Gli schiavi da vendere erano posti su di un palco girevole e con i piedi imbiancati di calce per togliere loro ogni velleità di fuga. Al collo veniva messo un cartello che dava informazioni sull’origine, i pregi ed i difetti. Il valore dipendeva dalla bellezza, dalla giovinezza dall’intelligenza e dalla cultura posseduta.. Tutte le famiglie agiate possedevano degli schiavi; i più ricchi arrivavano a possederne anche delle migliaia. I più intelligenti ed i più belli costituivano la “familia urbana”, mentre quelli meno dotati erano adibiti alla coltivazione delle terre e costituivano la “famiglia rustica”. Questi ultimi erano posti sotto la sorveglianza di un fattore (=vilicus), aiutato da sua moglie (=vilica) e dagli sorveglianti dei lavori (=magistri operum).
A seconda delle attitudini, agli schiavi potevano essere affidate svariate mansioni: il medico (medicus), il precettore dei bambini (= pedagogus), il copista (= amanuensis), il portalettere (= tabellarius), il barbiere (= tonsor), il portinaio (= ostiarius), ecc…
Gli schiavi più colti erano trattati in modo umano ed anche amichevolmente. Erano ben voluti anche quelli nati in casa (= vernae) mentre gli addetti ai servizi più umili erano trattati con durezza. La pena più temuta era il trasferimento dalla “familia urbana” alla “familia rustica”. Frequenti erano anche le frustate e le percosse. A colorio che avevano tentato la fuga, venivano impresse sulla fronte le lettere “fug”(= fugitivus) mentre a chi aveva rubato venivano impresse le lettere “fur” (= ladro). Per le colpe più gravi era prevista la morte e quasi sempre si trattava di una morte orribile. Questi trattamenti disumani, talvolta, indussero gli schiavi alla ribellione come quella dei gladiatori e degli schiavi del 73-71 a.C.
Col passar dei secoli le condizioni degli schiavi andarono migliorando. Molti di loro riuscirono ad ottenere la libertà o a riscattarsi col denaro guadagnato con un lungo e fedele servizio. Il liberto, allora, assumeva il “praenomen” e il “nomen” del suo ex padrone a cui aggiungeva, come “cognomen” il suo nome primitivo, spesso derivata dalla regione di provenienza (Syrus, Agfer, ecc.).
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