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I Romani e il culto dei defunti


I Romani chiamavano le anime dei defunti “Manes” e per esse avevano una particolare venerazione. Con il termine “di Manes”, indicavano anche le divinità infernali. Tre erano le feste solenni dedicate ai defunti: I “Parentalia” e i “Feralia” nel mese di febbraio e i “Lemuria” a maggio. I “Lemuria” avevano lo scopo di allontanare le anime inquiete dei defunti (chiamate in questo caso “Lemures” o “Larvae”) che potevano ritornare sulla terra per terrorizzare i vivi.
Le cerimonie funebri erano molto solenni e complicate soprattutto se si trattava di defunti di elevata condizione sociale.
Prima di esalare l’ultimo respiro, il moribondo veniva deposto sulla nuda terra e riceveva un bacio dal congiunto più stretto.
Quindi i presenti gridavano per tre volte il suo nome (= “conclamatio”), forse per assicurarsi della sua morte o per salutarlo per l’ultima volta.
Quindi il corpo veniva lavato, profumato e a volte subiva anche un procedimento di imbalsamazione. Nel caso di defunti importanti, si procedeva anche a fare il calco di cera (= “imago”) del volto destinato ad essere conservato nell’atrio della casa, insieme a quelli degli antenati.
In bocca al morto veniva poi posta una moneta di rame: era l’obolo che esso avrebbe dovuto versare a Caronte per essere traghettato al di là dui fiumi infernali.
Successivamente, il corpo del defunto, vestito della toga, se uomo o della stola, se donna, veniva esposto nell’atrio su di un catafalco con i piedi rivolti verso l’uscita. Tale esposizione durava sette giorni. Invece, la gente umile era portata al sepolcro il giorno stesso della morte, nelle ore notturne. Trascorso il tempo dell’esposizione era giunto il momento del funerale vero e proprio. Il feretro era preceduto dai suonatori di corno e quindi dalle “praeficae”, cioè da donne, appositamente pagate, affinché piangessero, urlassero dal dolore, cantassero nenie funebri o gridassero le lodi del defunto. Seguivano alcuni uomini che imitavano il comportamento dell’estinto, magari anche mettendone in ridicolo i difetti; ad essi facevano seguito altri uomini che portavano sul volto la maschera che riproduceva le sembianze (= “imagines maiorum”) degli antenati. Infine veniva il carro funebre con il corpo del defunto, scoperto e ben in vista, seguito dai familiari e dai conoscenti. Nel caso di una persona nota, il corteo sostava al Foro per un elogio funebre. La sepoltura avveniva fuori città come stabilito dalle XII tavole.
Successivamente si aveva la cremazione per le famiglie di condizione sociale elevata o l’inumazione per quelle più umili. Con la diffusione del Cristianesimo, l’inumazione si diffuse sempre più. Le ceneri venivano poi raccolte in apposite urne funerarie e conservate in una nicchia nel sepolcro di famiglia.
Nei giorni successivi al funerale, si procedeva alla purificazione della casa in era avvenuto il decesso e nove giorni dopo il rito funebre, veniva dato un banchetto (=”novemdiale”) a cui partecipavano, vestiti di bianco, i familiari e gli amici e i conoscenti del morto. Tale cerimonia conviviale concludeva il periodo del lutto di famiglia.
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