Sapiens Sapiens 11300 punti

I Romani ed il matrimonio

A Roma, il matrimonio poteva essere contratto in due modi: per “confarreatiomem” oppure per “coemptionem”
Il matrimonio per “confarreationem” era quello più solenne ed era proprio delle famiglie più benestanti. Il giorno prima delle nozze, al mattino prima dell’alba ci si recava dagli aruspici per prendere gli auspici, cioè i responsi divinatori, ottenuti, di solito, osservando il volo degli uccelli. Il giorno delle nozze la sposa indossava una tunica bianca chiamata “tunica recta” o “tunica regilla”, divideva i capelli in sei trecce (= crines), adornava con dei nastri (=vittae) e quindi si copriva il capo con un velo arancione, chiamato “flammeum”. Alla cerimonia nunziale assisteva il “Pontefix Maximus” ed il sacerdote preposto al culto di Giove (= Flan Dialis) oltre a dieci testimoni davanti ai quali lo sposo ed il padre della sposa firmavano il contratto di matrimonio, detto “tabellae nuptialis”. Agli dei veniva offerta una pecora come sacrificio e gli sposi consum,avano una focaccia di farro, chiamata “farreus panis” che dava il nome di “confarreationem” alla cerimonia. La “pronuba”, cioè una donna sposata amica di famiglia univa le due mani destre degli sposi (= dextrarum iunctio) che si promettevano così amore e fedeltà

Il matrimonio “per coemptionem” era molto più semplice ed era proprio delle famiglie più umili. In pratica si trattava di una compravendita della sposa ( “coemptio” < “coemere” = comprare) che il padre cedeva al futuro marito.
Dopo il rito nuziale si dava avvio al banchetto che poteva durate per molte ore e sul finire di questo, quando il sole era già tramontato, lo sposo fingeva di rapire la sposa, in ricordo del ratto delle Sabine, poi si avviava da solo verso casa. Quindi aveva luogo la “deductio”, cioè l’accompagnamento in corteo della sposa alla casa del marito, a suon di musica. Durante il corteo, tutti inneggiavano al dio romano delle nozze, Talasso, e lanciavano dei lazzi e delle inventive contro lo sposo. Quando il corteo era giunto davanti alla casa del marito, quest’ultimo si affacciava sulla porta e chiedeva “Chi sei donna?” “Come ti chiami?” e la sposa rispondeva: “Ubi tu Gaius, ego Gaia” per significare che gli sarebbe stata fedele sia nella buona che nella cattiva sorte. Entrata in casa, l’uomo le offriva l’acqua ed il fuoco, elementi indispensabili per far funzionare una casa. Il giorno successivo, dopo aver indossato gli abiti matronali, essa sacrificava ai Lari domestici e, così, essa entrava a far parte del rispettato novero delle matrone romane.

Hai bisogno di aiuto in Storia Antica?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email
Consigliato per te
Roma Antica - Romani e medicina