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I Romani e la comunicazione epistolare


Visto che i domini di Roma erano estesi e che molti Romani conducevano una vita assai movimentata dovendosi allontanare spesso dalla capitale per motivi commerciali, politici, militari o perché inviati in esilio, è ovvio che essi scrivessero molte lettere; l’invio di “epistulae” diventava, allora l’unico mezzo per tenere vivi i rapporti con i familiari e gli amici.
Non esistendo un servizio statale, le lettere erano inviate tramite schiavi, addetti a questo ruolo (= tabellarii cursores). A volte, però, la lettera diventava anche un mezzo di propaganda politica. Coloro che avevano un incarico politico od aspiravano a ricoprirne uno, erano soliti scrivere una sorta di “lettere aperte”, con un destinatario fittizio in cui, per attirasi le simpatie, esponevano il proprio programma o giustificavano le decisioni prese. Quindi la lettera diventava, così, un mezzo per far circolare le idee e le informazioni.
Ovviamente il registro linguistico adoperato era diverso a secondo dei rapporti esistenti fra mittente e destinatario ed anche in funzione del contenuto: linguaggio parlato, familiare, sostenuto, retorico, formale.
Le lettere iniziavano e terminavano con delle formule fisse; all’inizio era riportato il nome del mittente (al nominativo), il nome del destinatario (al dativo) e la formula “salutem dicit” oppure “salutem pluriman dicit ”abbreviate rispettivamente in S.D. e S.P.D.
A questa espressione, a volte. ne seguiva un’altra S.T.V.B.E. (= si tu vales bene est = se tu stai bene, va bene”)
La lettera terminava con “Vale” oppure con “Fac ut valeas” (= Fa’ in modo di stare bene). Poi, si aggiungeva la data, il luogo da cui era stata spedita (in ablativo, a volte, in locativo).
Esempio: “D. XIV Kal. Quintiles Thessalonica” significa “ Spedito da Tessalonica il 18 giugno.
Gli scrittori epistolari più noti sono: Cicerone, Seneca, Plinio il Giovane e Frontone (precettore del futuro imperatore Marco Aurelio)
L’epistolario di Cicerone comprende 37 libri che raccolgono le lettere scritte al l’amico Attico, ai suoi familiari, al fratello e a Bruto, colui che organizzò l’assassinio di Giulio Cesare. Poiché Cicerone non pensava che le sue lettere sarebbero state pubblicate esse sono più spontanee e frequentemente presentano espressioni familiari.
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