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Religione e rito a Roma antica

A Roma la presenza degli dei era molto sentita, non tanto per devozione nel senso moderno del termine, ma per l'esigenza di mantenimento della pax deorum, la pace tra dei e uomini, regolata dal principio del do ut des: più gli uomini celebravano sacrifici, riti e festività, più gli dei ricompensavano con la generosità. Il pantheon romano era caratterizzato da una grande quantità di figure divine, per cui necessariamente i Romani cercavano di placare l’ira delle divinità più pericolose (o di rendere propizie, volta per volta, le più adatte ad aiutarli in particolari frangenti o nella singola attività che dovevano svolgere).
Il calendario era dunque quasi quotidianamente caratterizzato da obblighi religiosi. Nella religio trovavano un ampio spazio anche pratiche legate alla superstitio.

Le offerte alla divinità potevano essere incruente (offerta di libagioni, prodotti della terra) o cruente ( sacrificio di animali). Le seconde venivano considerate nettamente più efficaci.
La [b]lustratioera una specie di “pre-rito”, una purifcazione (ci si lavava o si lavava un campo o un altare con dell'acqua o con dell'acqua spruzzata mediante rami di lauro o ulivo, o con del fumo) per non contaminare il rito vero e proprio: invocazioni, cerimonie o sacrifici di animali. Si rendeva subito omaggio ai Lares e ai Penates, i cui simulacra si tenevano in casa, in una piccola aedicula (l'omaggio ai Penates e ai Lares domestici era spesso quotidiano, oltre che effettuato in occasione del rito sacrificale). Quando si sacrificavano animali, grande importanza rivestiva la loro accurata selezione, al fine della buona riuscita del rituale. Innanzitutto si sceglieva se limitarsi ad una semplice hostia, come una capra, oppure scegliere una victima, come un toro, ovviamente più gradito perché più grande.
L’antico sacrificio chiamato suovetaurilia consisteva nell’immolare sia un suino, che una pecora che un toro, ed era una grande celebrazione di carattere ufficiale, che poteva essere rito purificatore in seguito a carestie, guerre o pestilenze, o rito di ringraziamento agli dei per la vittorie ottenute (gratulatio) in guerra o nella vita civile.
Le vittime sacrificali non dovevano avere difetti fisici (purae), quindi venivano selezionate (selectae), e separate dal resto del gregge o della mandria (egregiae, [i]eximiae).
Il successo del rito nell'ingraziarsi la divinità dipendeva anche dall’età dell’animale (lactentes o maiores), dal colore, dal sesso.
Il sacrificio seguiva un cerimoniale molto accurato che si doveva seguire pedissequamente. Senza entrare troppo nel particolare, essenzialmente l’officiante si avvicinava all’altare velato capite (a capo coperto), mentre i tibicines con i flauti attutivano i rumori profani. Tutte le azioni compiute durante il tempo del sacrificio dovevano essere purae et castae. In seguito si praticava una praecatio, ovvero un' invocazione alla divinità a cui si compiva il sacrificio (anche se in genere il rito si concludeva con una generalis invocatio, verso tutti gli dei). Un sacerdote suggeriva il frasario esatto e nel corretto ordine cerimoniale all'officiante.
A Roma inoltre era importante interpretare i voleri degli dei, tramite il volo degli uccelli o dall'analisi delle interiora della vittima sacrificale, ma si decideva anche se accettarli (accipio omen) o rifiutarli (omen esecror), o di interpretarli in maniera più completa rapportandoli con altri segnali, esterni alla divinazione.

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