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Roma antica – Le pratiche religiose pubbliche


I Romani attribuivano un’estrema importanza all’osservazione rigorosa dei riti: un’omissione o una trascuratezza costringevano a ricominciare tutta la cerimonia. Le pratiche ordinarie dei fedeli erano le preghiere, i sacrifici, i voti (o promesse)
Il luogo per eccellenza del culto era il tempio (= templum) Innanzitutto, il termine designava un campo di osservazione rettangolare che l’àugure tracciava nel cielo con il suo bastone ricurvo, chiamato lituus et dove osservava il passaggio di uccelli, che era favorevole se proveniva da destra o sfavorevole se proveniva da sinistra. Successivamente il termine ha designato la parte del cielo che sovrastava il recinto sacro di Roma, nel cui centro aveva luogo di solito le osservazioni degli àuguri. Infine, più tardi la parola tempio significò dimora di una divinità. Infatti esso era destinato ad accogliere la statua di un dio. Il culto si celebrava davanti al tempio, all’aria aperta, intorno ad un altare: chiamato altaria, se si trattava di un dio superiore o ara nel caso in cui si trattasse di un’altra divinità. I templi di solito erano rettangolari e di piccola dimensione; d’altra parte la folla non vi accedeva mai. Altri luoghi di culto erano le cappelle (= aedicula), con una statua e sacellum, con un altare), i boschi sacri o alcune fontane.
Il fedele ripeteva ad alta voce le formule lette dal sacerdote, al fine di evitare ogni errore; teneva la testa coperta e rivolta verso est, toccava l’altare o le ginocchia della statua, in un atteggiamento che ricorda il supplicante. La preghiera terminava sempre con l’adoratio o con la supplicatio. L’adoratio era costituita da un bacio inviato alla divinità con la mano sinistra, mentre la supplicatio corrisponde alla prosternazione moderna. I Romani erano anche soliti fare delle promesse ad un dio (= vota facere, vota suscipere, vota concipere). Le promesse potevano essere: costruire un tempio celebrare dei giochi (i cosiddetti ludi votivi), offrire sacrifici, doni, primizie del raccolto. A volte la promessa veniva trascritta su di una tavoletta attaccata ad un ginocchio della statua.
Alle preghiere e ai voti, facevano seguito i sacrifici. Colui che offriva il sacrificio agli dei doveva prima lavarsi interamente e quindi indossare un abito bianco.
Gli animali da immolare si chiamavano victima, nel caso di bestiame di grossa stazza o hostia, nel caso di un piccolo animale. Essi dovevano essere immacolati, senza alcuna macchia. Inoltre erano ornati di piccole strisce e le corna erano dorate. Alcuni servitori li tenevano per una corda, senza tirare, per dare l’impressione che al’animale andava volontariamente verso il sacrificio. Prima del sacrificio si procedeva alla libatio (= libagione): sulla testa dell’animale veniva posto un dolce fabbricato dalle Vestali con il miele e della farina salata ed innaffiato con vino assaggiato dai preti e da tutti coloro che assistevano al sacrificio. Una volta immolata, l’animale veniva ridotto in pezzi e gli aruspici esaminavano le viscere. Sembra che all'inizio i sacrifici umani fossero altrettanto frequenti,
Anche i giochi facevano parte delle pratiche religiose pubbliche er fu per questo che fu costruito il Circus Maximus, decidendo, nel contempo, di indire annualmente i Ludi Romani
Oltre alle preghiere, i voti, i sacrifici e i giochi esistevano anche delle pratiche di culto eccezionali come
• la purificazione (= lustratio) che consisteva in una processione da fare tre volte intorno alloggetto da purificare e che terminava con il sacrificio di un animale.
• la devotio, cioè una promessa per ottenere dalla divinità un favore importante a costo di vendere la propria anima agli dei degli Inferi
• la consecratio capitis, cioè una condanna religiosa che comportava l’esilio o la morte con confisca dei beni
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