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La poesia islamica

Il mondo arabo aveva una sua ricca tradizione poetica sin dal periodo preislamico. Uno dei maggiori poeti di quell’epoca fu Shànfara (vissuto alla fine del VI secolo, poco prima della predicazione di Maometto): era membro di una famiglia tribale dalla quale fu allontanato per un omicidio. Da allora condusse l’esistenza nomade del predone ai margini del deserto. Si raccontava che decise di vendicarsi per i torti subiti da parte dei vecchi amici che l’avevano offeso, e giurò di ucciderli tutti e 100 quanti erano. Ne uccise infatti 99 e poi morì lui stesso; ma l’ultimo sei sopravissuti inciampò nel suo teschio, cadde da cavallo e morì: in questo modo Shànfara riuscì a compiere la sua vendetta anche dopo morto. La sua è una poesia forte, piena di immagini, quasi primitiva, che esprime tutta l’energia di un mondo beduino che ancora ha per orizzonte il deserto, come quando si paragona a uno sciacallo affamato che vaga nelle solitudini:

Parto al mattino dopo un magro pasto
come parte un grigio-argenteo sciacallo
dai magri fianchi, che vaga di deserto in deserto;
cammina affamato, e il vento gli soffia contro
calando sui fondovalle trottando, e quando
il cibo lo allontana dai luoghi noti
lancia un appello e gli rispondono gli smagriti suoi simili:
sottili come una falce di luna, bianca-grigi
nei volti, vibranti come frecce agitate
da un giocatore di masyr.

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