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Particolarmente complesso resta il problema della distinzione fra patrizi e plebei, che la tradizione dice nata in un unico momento, definendo patrizi i discendenti dei primi cento senatori nominati da Romolo. Nessuna delle spiegazioni che gli storici moderni hanno proposto è pienamente soddisfacente, quando si voglia riportare l’origine della distinzione ad un unico fattore economico e sociale. Se la distinzione fra patrizi e plebei fosse stata netta e sancita sul piano istituzionale in età monarchica, come appunto appare nei primi decenni della storia della repubblica, non si spiegherebbe ad empio come mia il quarto re della lista tradizionale, Anco Marcio abbia un prenome sabino e un nome latino portato soltanto da plebei nel corso della repubblica. Più fondato ritenere che nell’ambito degli ordinamenti gentilizi esistessero le condizioni per future profonde divisioni sociali: con il tempo le differenze economiche fra le gentes si saranno approfondite, molti clienti avranno perso la loro privilegiata condizione, e molti immigrati specie in periodi di espansione economica, non avranno trovato subito collocazione nella struttura famigliare romana tanto rigida; peraltro nuove persone si saranno arricchite senza un accrescimento del loro peso politico. Tutti questi elementi dovettero contribuire ad alimentare un movimento antagonista della struttura sociale dominante, controllata dalle gentes più influenti e ricche. In particolari situazioni è probabile che questa opposizione si coagulò intorno ad un’organizzazione, quella plebea, della moltitudine contrapposta ai gruppi ristretti egemoni. Per il periodo monarchico è possibile, sulla base di dati sicuri che confermano e chiariscono elementi conservati dalla tradizione sui sette re, delineare lo sviluppi di una dinamica sociale nel senso esposto.

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