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L'Impero di Nerone

Nerone aveva appena diciassette anni, quando salì al trono. Allora egli subiva ancora l’influenza di sua madre Agrippina, ma soprattutto quella di due autorevoli esponenti della nobiltà senatoria, il prefetto del pretorio Afranio Burro e il filosofo Seneca. Seneca, in particolare, era il più prestigioso intellettuale dell’epoca: era stato dapprima esiliato all’epoca di Claudio, ma successivamente richiamato a corte come precettore di Nerone. Nelle personalità di Afranio Burro e Seneca anche il Senato vedeva una garanzia contro i rischi di un governo dispotico e per questo motivo favorì l’ascesa, all’impero del giovane. Ben presto però la situazione cambiò radicalmente; Nerone si emancipò da ogni tutela, liberandosi anzitutto della madre, che non esitò a far assassinare, istigato proprio da Afranio e Seneca; poco dopo mandò a morte anche la moglie Ottavia, mentre del fratellastro Britannio si era sbarazzato già in precedenza. Seneca poi fu congedato e si ritirò a vita privata: sarebbe infine morto suicida a seguito della congiura dei Pisoni.

Alla morte di Afranio dunque Nerone restò circondato solo da cortigiani fidati (tra i quali il prefetto del pretorio Tigellino, fedele esecutore dei suoi ordini criminali) e a questo punto prese anch’egli ad assumere, come già Caligola, atteggiamenti da sovrano assoluto. Questo comportamento, del resto, non era del tutto privo di fondamento: all’interno dei confini dell’Impero esistevano milioni di persone, specialmente nelle regioni orientali, le quali, per lunga tradizione, erano abituate a essere governate da un monarca assoluto, da venerare come un dio. Nel contrasto tra questa mentalità e la tradizione romana, si incarnava, dunque, il conflitto profondo tra quelle che potremmo definire le due anime dell’Impero romano.
Sul piano militare, Nerone trascurò l’Occidente e indirizzò la sua politica verso Oriente, dove conseguì un successo di prestigio contro i Parti, grazie all’azione del suo generale Corbulone; sempre in Oriente, inoltre, riuscì a imporre il protettorato di Roma sull’Armenia, regione strategicamente importante.

Nel corso del regno di Nerone si verificò il celebre e violentissimo incendio di Roma che semidistrusse la città (64 d.C.). Nerone tentò di far ricadere la colpa del misfatto sulla comunità cristiana, dando vita però a una dura repressione che causò la morte degli apostoli Pietro e Paolo. La voce popolare, avendo intuito il disegno dell’imperatore, sosteneva però che l’incendio fosse stato appiccato proprio per disposizione dello stesso Nerone: l’imperatore, infatti, approfittò della nuova situazione per innalzare nel centro della città una regia fastosa, estesa dal colle Palatino fino al Celio, con la quale si proponeva di celebrare e sottolineare il proprio ruolo di monarca assoluto. Si trattava della Domus aurea, “casa d’oro”.

Altri atteggiamenti anticonformisti di Nerone, in spregio alle antiche tradizioni aristocratiche, furono le sue esibizioni come auriga ai giochi olimpici e come attore e cantore: queste insolite performances, disprezzate dall’aristocrazia romana, esprimevano l’interesse per la cultura greca, di cui egli fu un ardente ammiratore; per questo motivo egli compì anche un lungo viaggio a scopo propagandistico in Grecia, alla quale concesse il beneficio di larghe esenzioni fiscali.

Durante l’ultimo periodo del suo regno, Nerone inasprì la repressione degli aristocratici che si opponevano al suo regime. Fu ordita, in particolare, una vasta congiura che faceva capo alla potente famiglia dei Pisoni; quando però il complotto fu scoperto, la reazione di Nerone diede luogo a un vero e proprio sterminio: tra le vittime vi furono personalità assai significative del mondo culturale, come il poeta Lucano, lo scrittore Petronio (arbiter elegantiarum, “principe di eleganza”) e lo stesso Seneca, costretti al suicidio (65 d.C.). Infine, facendo uccidere il più abile sospettato di essergli avverso, Nerone si inimicò anche i militari.

Nel 68 d.C., all’apice di questa situazione di malcontento, le legioni spagnole, comandate dall’anziano senatore Galba, si ammutinarono e proclamarono imperatore il loro comandante. La sommossa si estese a Roma e Nerone, ormai completamento isolato, dovette suicidarsi.

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