Il governo delle province

Gli abitanti delle province (i provinciales) erano considerati sudditi e non cittadini, e perciò costretti a pagare imposte dirette (sulle proprietà o sulla persona) e indirette (tasse sull'acquisto, il trasporto o la vendita di merci e sulle concessioni di sfruttamento).

Sul piano amministrativo, Roma lasciva una certa autonomia alle comunità: erano le amministrazioni cittadine che si occupavano di versare all'erario a romano i tributi annui, che se spesso Roma concedeva a privati (i publicani) il diritto di riscossione. I pubblicani, che anticipavano l'erario la somma corrispondente al tributo fissato per un dato territorio, provvedevano poi con una propria organizzazione esattori alla riscossione delle tasse, spesso imponendo ai provinciali esosi tassi di interesse per le somme anticipate.
La rapacità dei pubblicani è il disinteresse dei governatori romani, spesso collusi, fu infatti causa di molte rivolte e di numerosi processi per malversazione.

Nelle province il potere centrale era in mano a un governatore, che aveva il compito di comandare le legioni stanziate nel territorio di sua pertinenza e di amministrarvi la giustizia; si trattava in genere di consoli o pretori ai quali veniva prolungato il mandato, rispettivamente sotto il nome di proconsolato o propretura. I governatori erano coadiuvati da un questore, che controllava la riscossione dei tributi. Il territorio delle province atto alla coltivazione o all'allevamento fu annesso all'ager publicus; esso poteva essere dato in concessione, dietro il pagamento di un canone di affitto, a privato cittadini.
Roma infatti cerco di utilizzare i territori per arginare il vertiginoso aumento del proletariato, dovuto all'impoverimento dei cittadini chiamati alle armi per lunghi periodi è costretti dunque a sospendere la loro attività.

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