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Crisi dell’Impero: l’esperienza effimera della tetrarchia

Lo smembramento dell’Impero con la costituzione, alla fine del III secolo d.C., della tetrarchia fu il segno di una profonda crisi politica.
La riforma di Diocleziano prevedeva di fatto la divisione dell’Impero in quattro aree governate da altrettanti reggenti e si proponeva di moltiplicare e distribuire i centri di controllo per far fronte alle invasioni slave e germaniche e controllare i sempre più frequenti fenomeni di secessione e ribellione nelle province. All’interno dell’Impero tesero, infatti, a formarsi delle strutture politiche che ne testimoniavano la debolezza e il processo di lenta disgregazione economica e amministrativa.
Tale fu il caso, per esempio, del ricco regno di Palmira (che giunse a controllare Siria, Mesopotamia, parte dell’Asia Minore, Fenicia e Arabia settentrionale), o del forte ben organizzato Impero delle Gallie (comprendente Spagna, Francia e Britannia), formatosi sul modello romano, con strutture e cariche amministrative e un Senato composto di Galli. Rivolte, secessioni, anarchia militare e soprattutto il determinante ruolo dell’esercito nella scelta e nella rimozione degli imperatori indeboliscono la figura di questi ultimi che persero progressivamente carisma e autorità.

L’istituzione in epoca diocleziana del dominatus, che portò alla sacralizzazione dell’Imperatore, delle funzioni di governo e successivamente dello stesso palazzo imperiale, intese proprio restituire carisma e solidità al potere del sovrano con forme di assolutismo teocratico, rese peraltro velleitaire dalla stessa distribuzione del potere tra individui.
La sovranità venne, infatti, divisa fra due Augusti. Ciascuno di essi era assistito da un Cesare, scelto dall’augusto, al quale, nelle intenzioni di Diocleziano, doveva succedere automaticamente. Il matrimonio del Cesare con una figlia dell’Augusto e la sua adozione da parte di questi suggellava il sistema con una tipica forma di solidarietà famigliare.

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