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Esclusione sociale delle categorie deboli

Comune a molte società arcaiche è l’uso sociale di categorie deboli che altrimenti, in un mondo agricolo e militare, sarebbero emarginate. L’esperienza accumulata dagli anziani viene così incanalata dalle comunità in funzioni di carattere educativo o sacrale. Allo stesso modo zoppi e ciechi, non impiegabili nell’esercito e nelle principali attività produttive, possono trovare una loro funzione, e quindi una loro dignità sociale, in ruoli specialistici come quelli dei guaritori, degli indovini o dei cantori. Il mito greco antico non a caso associava spesso deformità o mancanze fisiche a particolari capacità magiche o predittive: il cielo era colui che vedeva con gli occhi dello spirito e che era in contatto privilegiato con il mondo magico.

Una forma particolare di rituale degli emarginanti è costituita dai cosiddetti pharmakòi. Un rituale largamente diffuso nelle città greche è per esempio la purificazione compiuta mediante l’espulsione dalla città di un individuo chiamato pharmakòs (qualcosa come "il maledetto"), un rituale simile a quello del "capro espiatorio", soggetto su cui viene simbolicamente trasferito tutto il male di una comunità, dalla quale poi viene escluso. Questo rituale è diffuso in diverse civiltà (per esempio quella ebraica e quella romana) e praticato fin dalla formazione dei primi raggruppamenti umani.
In sostanza si tratta di una forma simbolica destinata a placare l’angoscia provocata da una contaminazione incombente sulla comunità. Così il gruppo scarica la sua aggressività su un emarginato, scelto per la sua deformità come simbolo del male. Egli non è colpevole di nulla, ma il suo compito è proprio quello di essere il rappresentante di ogni forma possibile di sventura possibile: espellendolo, la città si libera di un perturbatore della pace che assume su di sé le colpe e le maledizioni di tutti.
Perciò il pharmakòs è contemporaneamente il reietto e il salvatore che con il suo sacrificio permette alla comunità di ritrovare la sicurezza e ne garantisce la pace. Di fatto questa forma di sacralizzazione del deforme, pur nella crudeltà del rituale, attribuisce un ruolo importante agli emarginati nella società.

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