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La dittatura e la morte di Cesare


Cesare fu nominato dal Senato Dittatore a vita e governò come un monarca assoluto. Egli voleva restaurare l’autorità dello Stato, ristabilire l’ordine pubblico, unire più strettamente le province a Roma, migliorare l’amministrazione, realizzare grandi opere pubbliche. Concesse la dignità senatoria a molti suoi amici e a molti cittadini delle province, così che entrò nell’illustre concesso un folto gruppo di uomini nuovi, del tutto estranei all’aristocrazia; cercò di distogliere la plebe dall’ozio, fonte di corruzione e di agitazioni, diminuendo le distribuzioni gratuite di grano e assegnando terre; destituì quei proconsoli che erano odiati dai provinciali, perché avidi di danaro e rapaci; mirò alla pacificazione degli animi e all’abbattimento di tutte le barriere che ancora dividevano l’uno dall’altro i sudditi dello Stato romano; attuò la riforma del calendario, introducendo l’anno bisestile. Preparava, intanto, una spedizione contro i Parti, per vendicare la morte di Crasso, e progettava piani grandiosi.
Improvvisamente quest’uomo, che reggeva con saggezza tutto il mondo romano, venne a mancare. I malcontenti, gli aristocratici e coloro che vedevano in lui il tiranno che aveva calpestato la libertà, ordirono una congiura: i capi erano Bruto e Cassio. Cesare fu aggredito nell’aula del Senato e cadde ai piedi della statua di Pompeo il 15 marzo del 44 a. Cr. Le sue ultime parole furono rivolte a Bruto, che egli aveva beneficato e vedeva ora tra gli assalitori: “Tu pure, Bruto, figlio mio?”. Con lui scompariva il solo uomo capace di mantenere la pace e l’ordine.
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