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Codice di Hammurabi

Il Codice di Hammurabi fornisce ampie e preziose informazioni non solo sul diritto ma anche sulla società babilonese e sul funzionamento della giustizia; raccoglie una serie di sentenze con le quali il re risolveva le controversie che venivano sottoposte al suo giudizio e le interpretazioni che di queste avevano dato i giuristi. Verso la fine del regno di Hammurabi, per volere del re, il testo del codice fu messo per iscritto e esposto nei templi (motivo per cui è giunto sino a noi). Dall’insieme delle regole incise sulla stele (circa 300) risulta che la società babilonese era divisa in tre classi. La prima era quella degli awilum (uomini liberi, vale a dire proprietari terrieri e alti e medi funzionari che avevano acquisiti terre grazie ai loro servigi), la seconda era quella dei mus-kenum (a metà tra gli uomini liberi e gli schiavi, sorta di impiegati dei palazzi che davano la loro forza lavoro in cambio di protezione) è la terza era quella dei wardum, ossia degli schiavi che potevano essere liberati.
Su tutti dominava il re che era anche il principale proprietario terriero, i suoi possedimenti erano coltivati per lo più da schiavi. Nella società babilonese non mancavano altri professionisti come medici e artigiani, la cui esistenza dimostra la vivacità della vita economica confermata anche dalla grande quantità di contratti e transazioni d’affari che le tavolette hanno restituito.
Poiché la moneta ancora non esisteva, gli scambi avvenivano mediante baratto o mediante quantità di oro, argento e altri metalli pregiati il cui valore veniva determinato attraverso la pesatura.

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