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Giulio Cesare e la fine della Repubblica


Nel I secolo a.C. la Repubblica è minacciata da scontri fra due fazioni: gli Optimates e i Populares
Gli Optimates: senatori che volevano limitare il potere della plebe, estendere il potere del Senato e difendere le tradizioni e i privilegi esistenti
I Populares sostenevano le esigenze della plebe o comunque esigenze di rinnovamento. Fra di essi erano numerosi i senatori divenuti recentemente nobili.
Alcuni generali molto ambizioni approfittano di questi scontri per aumentare il proprio potere personale. Fra questi, abbiamo Crasso, Pompeo e Cesare.

Grasso e Pompeo appoggiavano il partito degli optimates mentre Cesare, esponente della nobiltà, era schierato con i populares. Fra i tre, alla fine del I secolo, Cesare riscosse molto successo mettendo in ombra gli altri due a tal punto che nel 60 a.C. Crasso, Pompeo e Cesare si allearono e costituirono un triumvirato cioè un accordo privato che impegnava i tre alleati ad aiutarsi reciprocamente per raggiungere i rispettivi obiettivi ed in pratica per ottenere e spartirsi il controllo delle più importanti cariche senza che il Senato avesse deliberato nulla. A Cesare interessava il consolato, Pompeo voleva le terre per i veterani e Crasso richiedeva alcuni vantaggi per la classe dei cavalieri di cui faceva parte.

L’anno dopo (59 a.C.), Cesare, con l’appoggio degli altri due, diventa console, iniziando così la sua marcia verso il potere, e ordinò che ai veterani di Pompeo fossero distribuite gratuitamente delle terre, anche se il Senato era contrario. Al termine del consolato, Cesare scelse di governare due province: la Gallia Cisalpina (al di qua delle Alpi, Italia settentrionale odierna) e la Gallia Narbonense (Francia meridionale odierna). Scelse queste due regioni per i motivi seguenti: la Gallia Cisalpina era vicina a Roma e quindi gli avrebbe permesso di tenere sotto controllo la situazione della capitale, la Gallia Narbonense costituiva un punto di appoggio per iniziare la conquista di tutta la Gallia. Infatti dal 58 al 57 a. C Cesare sottomise tutta la Gallia, dimostrandosi così un grande condottiero.

A questo punto, il Senato temeva che Cesare, rientrando da vincitore in Italia con le sue legioni, volesse impadronirsi del potere con la forza e contava sulla presenza di Pompeo (Crasso nel frattempo era morto nella guerra contro i Parti che lo avevano ucciso versandogli in gola dell’oro fuso). Pompeo suggerì al Senato di dire a Cesare che se voleva essere eletto console, avrebbe dovuto rientrare a Roma senza esercito, cioè come un cittadino privato qualsiasi. Cesare, invece, attraversò il fiume Rubicone con il suo esercito, pronunciando la famosa frase “Alea jacta est”. Era l’inizio della guerra civile.

Nel 48 a.C., Cesare sconfisse Pompeo nella battaglia di Farsalo che fuggì in Egitto dove fu catturato dal re Tolomeo ed ucciso. Dopo aver deposto il re Tolomeo, Cesare nominò regina d’ Egitto Cleopatra di cui si innamorò e da cui ebbe un figlio, Cesarione, quindi proseguì nelle sue guerre in Asia contro Farnace, figlio di Mitridate ed in Africa contro il re della Numidia che aveva accolto gli ultimi optimates seguaci di Pompeo.

A questo punto, ormai, Cesare era il padrone di Roma. La Repubblica esisteva ancora, ma solo formalmente perché Cesare era il capo politico, militare e religioso e dopo le vittorie si fece nominare dittatore a vita facendosi anche attribuire l’inviolabilità che fino ad allora era riservata ai tribuni della plebe. Bisogna però riconoscere, che il suo governo fu moderato; infatti permise agli esiliati di rientrare a Roma, concesse la cittadinanza romana agli abitanti della Gallia Cisalpina, cercò di eliminare la miseria e lottò contro la disoccupazione.

Cesare era molto amato dal popolo, tuttavia la sua politica gli aveva procurato anche tanti nemici fra cui gli aristocratici e i repubblicani. I primi, che avevano perso i loro poteri di un tempo, temevano che Cesare volesse trasformare Roma in una monarchia di tipo orientale, come quella di Egitto; i secondi accusavano Cesare di aver privato Roma delle libertà ed è per questo che ordirono una congiura per ucciderlo. Infatti, il 15 marzo del 44 a.C. (per il calendario romano le idi di marzo), Cesare fu affrontato in Senato da un gruppo di congiurati capeggiato da Bruto e da Cassio e cadde sotto ventitré colpi di pugnale.
I congiurati furono costretti a fuggire e le loro case bruciate ; i disordini aumentarono quando si seppe che Cesare, nel testamento, aveva lasciato una somma di denaro ad ogni membro del proletariato urbano e ai legionari. A questo punto era chiaro che la Repubblica non avrebbe potuto essere restaurata.

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