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Rientrato a Roma nella primavera del 46 a.C., Cesare celebrò tre trionfi: uno per la vittoria in Egitto, il secondo per quella nel Ponto e il terzo per la vittoria sul re Giuba. Eletto dittatore per dieci ani e censore per tre, inaugurò il foro di Cesare e la basilica Giulia, fece ricchi doni ai suoi soldati e offrì banchetti e spettacoli al popolo. Promosse anche il censimento, che mostrò come gli abitanti liberi di Roma si fossero più che dimezzati, a causa l’alto numero di soldati morti o portati lontano dalle guerre, fu anche eletto console per il 45 a.C. senza collega, nella stessa carica di “consul sine collega” che era stata di Pompeo solo pochi anni prima.
Questo celeberrimo personaggio, oggi molto travisato da ritratti romanzati e parziali, nella Roma sua contemporanea era muto e odiato, anche se perdonò molto soprattutto per intercessione di Cicerone.
Alla fine del 46 partì per la Spagna, dove si era ricostituito un forte esercito Pompeiano attorno ai figli di Pompeo, ai quali si erano uniti numerosi soldati romani, ribellatisi al governatore Cassio. Come era abitudine molto diffusa, questo sfruttava la sua carica per arricchirsi e taglieggiava i provinciali con pesanti requisizioni. Dopo un penoso inverno in cui fu malato, Cesare vinse il diciassette marzo del 45 a.C. a Munda. Sopravvisse solo Sesto Pompeo che continuò la guerriglia.

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