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Atene - Diritti ed uguaglianze

Nel corso del V secolo a.C. la pòlis ateniese produsse, dunque, non solo un sistema politico nuovo, ma anche un nuovo tipo di cittadino. Poiché ora la vita politica si svolgeva non più in circoli ristretti di potenti, ma sotto gli occhi di tutti nelle assemblee, maturò un nuovo modo di partecipare alla vita politica, che richiedeva una speciale “tecnica”: saper parlare davanti agli altri e convincere il mobile e volubile pubblico delle assemblee, saperne cogliere gli umori e dominarne i sentimenti contradditori erano doti più necessarie del tradizionale valore militare. I cardini del sistema democratico ateniese erano due: i cittadini avevano pari diritti di parola nelle assemblee e nei tribunali (isegorìa) e godevano tutti di pari diritti giuridici (isonomìa). Ma il sistema democratico funzionava attraverso una serie di procedimenti che richiedevano un approccio alla realtà assai diverso che in una pòlis aristocratica. Si può dire che quello del cittadino fosse, per una certa parte della popolazione almeno, un mestiere. La partecipazione alle varie fasi della vita civile era sentita come un obbligo piuttosto che come un diritto.

Un anonimo oppositore dell’epoca (che scrisse un libro sulla costituzione ateniese) lamentava il fatto che “gli Ateniesi in tutti i campi diano più spazio ai più miserabili anziché alla gente perbene, per rafforzare la democrazia”. Per chi la pensava come lui la democrazia era effettivamente il dominio dei peggiori; nella prospettiva di un aristocratico, legato ai valori tradizionali che avevano ancora così potentemente operato durante i Periodi eroici delle Guerre Persiane, i personaggi che la vita democratica portava alla ribalta erano vergognosi: avventurieri, capipopolo “guide del popolo), capaci di dominare la tumultuosa assemblea e di dirigere gli umori di una folla numerosa e instabile, che deteneva la sovranità.

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