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L’acquedotto romano: caratteristiche


I Romani erano particolarmente specializzati nella costruzione degli acquedotti, la cui lunghezza variava da 8 a 85 chilometri, con un’altezza che in alcuni casi superava 60 metri.
Nella Roma imperiale ne esistevano ben undici, la cui portata era di 7 milioni di ettolitri al giorno: una quantità d’acqua esorbitante, ma dobbiamo considerare che non esistevano rubinetti e si verificava un un continuo sperpero.
Il primo acquedotto fu costruito da Appio Claudio nel 312 a.C., il primo su archi, quello dell’ Acqua Marcia, fu ideato nel 146 a.C. ed era lungo circa 81 chilometri. Nei territori conquistano ricordiamo quello di Segovia, in Spagna e il Pont du Gard nella Francia meridionale, ma se ne trovano anche in Germania, in Grecia, in Asia Minore e in Africa. Si tratta di costruzioni imponenti e durature nel tempo, spesso costruiti in luoghi assolutamente deserti con una tecnica perfetta, che richiedeva enormi blocchi, molto tempo di lavoro e una mano d’opera numerosa. Prima della civiltà romana, l’acquedotto non esisteva e le popolazioni sia della penisola italiana che della Grecia, si dovevano contentare dell’acqua del posto. Alcuni studiosi ritengono che i Romani preferissero l’acquedotto su archi (invenzione degli Etruschi) a quello con tubature sotterranee perché pare che essi non conoscessero il sistema dei vasi comunicanti. D’altra parte, l’acquedotto in muratura era più comodo e più vantaggioso dal punto di vista economico: il travertino, i mattoni ed il cemento erano materiali di facile impiego e a buon mercato. Invece le tubature metalliche erano costose e malsicure: i Romani non sapevano lavorare la ghisa, il rame e lo stagno erano costosi ed il piombo non era adatto per lunghe condutture.
La presa d’acqua (una sorgente o un corso d’acqua) si trovava quasi sempre in una zona più elevata del luogo in cui l’acqua veniva utilizzata perché il liquido viaggiava per gravità. La conduttura in cui scorreva l’acqua, chiamata specus o canalis era in muratura, rivestita all’interno di un mastice speciale mescolato a cocci finemente tritati. La sezione poteva essere con volta ad arco, rettangolare, con volta triangolare o con volta a a trapezio. Esistevano acquedotti ad un’arcata, a due arcate soprapposte o a tre volte: questo dipendeva dal dislivello del terreno o dalla vallata da attraversare. In taluni tratti, l’acquedotto correva interrato ed era sospeso solo in presenza di depressioni del terreno, di conche od avvallamenti.
Al punto di arrivo, di solito alla periferia di una grande città, l’acqua si riversava in grandi serbatoi, chiamati castelli di distribuzione, da cui partivano delle tubature, nel primo tratto di bronzo e successivamente di piombo per condurla alle fontane pubbliche, alle case dei ricchi o alle terme.
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