pexolo di pexolo
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Nel 509 a.C. (data sicura in quanto testimoniata dai Fasti), nasce un nuovo tipo di ordinamento cotituzionale e politico: si passa da una fase monarchica ad una repubblicana. Il passaggio alla fase repubblicana (con tutto ciò che questo comporterà a livello istituzionale) è testimoniato sia dalla tradizione letteraria che da quella storiografica; Livio racconta della cacciata dei Tarquini da Roma: ciò che egli narra venne preso per buono e si tende ancora oggi a collocare in quest’anno quella serie di eventi che portarono alla cacciata dei Tarquini, alla caduta della monarchia, all’istituzione della Repubblica e al seguente trattato con Cartagine. Tuttavia, la narrazione presenta in maniera veloce questo fatto come un insieme di avvenimenti che si susseguirono rapidamente e come un atto di liberazione (da parte dell’aristocrazia romana) da un tiranno (non a caso chiamato Tarquinio “il Superbo”). Per comprendere cosa successe veramente dobbiamo tenere in considerazione la realtà sociale dell’Italia centro-meridionale di quel periodo, una realtà in movimento, che coinvolgeva molti popoli (Etruschi, Greci e Latini e Cartaginesi) tutti accomunati nello scopo: il dominio del Tirreno e di tutto il Mediterraneo occidentale. Secondo un’accreditata teoria storica vi furono grandi movimenti, definiti dagli studiosi “orizzontali”, cioè che coinvolsero gruppi socialmente omogenei i quali si spostavano da un posto all’altro per conquistare terre e città. Essi erano una sorta di bande armate, che avevano un capo e i mezzi necessari per conquistare un certo bottino; queste bande armate erano presumibilmente costituite dalle clientele di gruppi aristocratici che nel VI secolo a.C. si spostavano, al comando di un capus, lungo il versante tirrenico. Il Lapis Satricanus, un’iscrizione rinvenuta a pochi chilometri a sud di Roma, testimonia una dedica rivolta a Marte intorno al 500 a.C. da parte di un gruppo di sodales (compagni) di un certo Publio Valerio . L’iscrizione non attesta che Publio Valerio fosse proprio il Publio Valerio Publicola coinvolto nella cacciata di Tarquinio il Superbo, ma ci dice che intorno al 500 a.C. una gens Valeria era attiva nel Lazio e che un componente era evidentemente a capo di quelle bande armate che parteciparono attivamente alla conquista della città. Nell’episodio della cacciata dei Tarquini da Roma (509-504 a.C.) raccontato da Livio si comprende che uno dei figli di Tarquinio il Superbo, Sesto Tarquinio, compì una «grande offesa» nei confronti di Lucrezia e che essa, prima di uccidersi, raccontò l’accaduto al padre (Spurio Lucrezio). Questi lo avrebbe a sua volta raccontato a Lucio Tarquinio Collatino (marito di Lucrezia) che, assieme ad altri aristocratici romani (Lucio Giunio Bruto e Publio Valerio Publicola), organizzò un piano per cacciare i figli di Tarquinio da Roma e, in seguito, per impedire a Tarquinio il Superbo (che in quel momento si trovava ad Ardea) di tornare a Roma. Sempre secondo Livio, Tarquinio il Superbo chiese aiuto a Porsenna: egli arrivò a Roma con l’intenzione di prendere la città ma venne sconfitto grazie al «grande coraggio» di due personaggi, cioè Orazio Coclìte e Muzio Scevola; il primo avrebbe distrutto il ponte sul Tevere, così da impedire l’ingresso a Roma dell’esercito etrusco di Porsenna, il secondo (un giovane aristocratico romano che avrebbe chiesto ed ottenuto dal Senato il permesso di uccidere Porsenna) si sarebbe intrufolato nell’accampamento etrusco (essendo etrusco anch’egli) ma, per errore, avrebbe pugnalato uno scriba anziché Porsenna. Condotto da Porsenna e raccontato al sovrano ciò che aveva intenzione di fare sarebbe stato punito con l’ordine di bruciarsi una mano. Ovviamente l’intento di Livio è quello di mostrare il coraggio degli aristocratici romani, di esaltarli attraverso valorosi personaggi le cui gesta sono rielaborate in maniera artificiosa. Fra gli elementi leggendari sono tuttavia presenti dati storici: anche Tacito, ad esempio, riporta dell’invasione di Roma da parte di Porsenna, ritenendolo responsabile della cacciata dei Tarquini. Secondo Tacito Porsenna riuscì ad entrare a Roma e non dopo essere stato chiamato in aiuto, ma in quanto voleva conquistare la città: questa ipotesi è supportata da ritrovamenti archeologici che permisero di attribuire alla Chiusi dell’epoca un momento particolarmente fiorente. Con tutta probabilità fu quindi Porsenna a determinare la cacciata di Tarquini (dato scomodo da raccontare per la tradizione latina).

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