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Il terzo settore e le organizzazioni no profit

Con il termine terzo settore, si considera una serie d’istituzioni economiche non riconducibili a quelle pubbliche, dipendenti dallo stato o da altre realtà amministrative locali (es. regioni o comuni), che tuttavia svolgono attività secondo un principio no profit (un’organizzazione no profit è un’organizzazione che non ha scopi di lucro e reinveste gli utili per i migliorare i servizi offerti). Le organizzazioni denominate Terzo Settore, in quanto strutture di diritto privato, ma con finalità rivolte alla realizzazione di servizi e opere d’interesse pubblico, si collocano come corpi intermedi tra lo Stato (considerato Primo settore) e il Mercato (considerato Secondo settore).
Solo le organizzazioni del privato sociale possono costituire il terzo settore, nei loro statuti è chiara la qualifica di strutture private senza fini di lucro e devono essere esplicitate le finalità pubbliche.

Le OPS (organizzazioni del privato sociale) comprendono: le associazioni di volontariato, associazioni di famiglie, le cooperative sociali, le fondazioni e le banche etiche.
Il terzo settore, quindi, comprende varie strutture accumunate dal principio di no profit.
I criteri che permettono di classificare un’azienda come no profit sono:
1. Mancanza di distribuzione dei profitti.
2. Avere natura giuridica privata
3. Essersi costituita con atto formale (che regola in modo esplicito gli accordi esistenti tra gli stati aderenti)
4. Disporre di una certa quota di attività di volontariato.
5. Essere fondata in modo autonomo e autogestito
6. Possedere organi sociali elettivi e cariche sociali espresse su base democratica.
In particolare, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, il Terzo settore assume una grande rilevanza nella pianificazione degli interventi territoriali in campo sanitario, educativo e socio-assistenziale: tra le no profit esiste una specializzazione in ordine ai compiti istituzionali che ciascuna di esse svolge per raggiungere gli obiettivi desiderati dal nuovo modello di welfare. Occorrono le imprese che realizzano i servizi, ma anche le istituzioni che provvedono alla ricerca di fondi per finanziare le spese necessarie per iniziare le attività etc.
(es. le organizzazione di volontariato, le Onlus o le cooperative sociali, a cui aspetta in primo luogo la creazione di servizi, hanno necessità di fondi per garantire la qualità del loro lavoro. A questo provvedono le Fondazioni e le Banche Etiche, che si occupano della ricerca dei fondi e della loro erogazione a tassi d’interesse agevolati).

Si sviluppa, così, una rete di istituzioni intrecciate tra loro.
Dall’altra parte, invece, lo Stato e gli Enti Locali si impegnano a stipulare contratti, sulla base di convenzioni rinnovabili realizzate mediante gare d’appalto, attraverso le quali assumono i nuovi servizi come parte integrante dell’offerta pubblica-> in questo modo i cittadini continuano a godere di sevizi universalistici a costi contenuti e controllati dal punto di vista della qualità e dell’efficacia e, allo stesso tempo, (in base al principio di sussidiarietà) il mercato assume una maggiore importanza rispetto ai servizi direttamente erogati dal pubblico, abbassando i costi del welfare, ma senza dover rinunciare ad una parte di esso.

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