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La diversità culturale e il multiculturalismo “liberale”

L’assimilazione presuppone la rinuncia la pluralismo dei fini e dei valori e l’assunzione di una sorta di “monoculturalismo plurale”.

Habermas: rileva che qualsiasi individuo, e in particolar modo il migrante, dovrebbe possedere uno spettro sufficientemente vasto di orientamenti valoriali,stando ai quali può scegliere i fini della sua azione e porsi degli obbiettivi. In questo modo giunge effettivamente a godere delle pari libertà etniche, se nella scelta delle sue preferenze può affidarsi all’efficacia di orientamento di valori culturali interiorizzati. Il valore d’uso delle pari libertà dipende perciò dalla garanzia di accesso alle risorse culturali dalle quali si possono attingere i valori necessari.
Riconoscere la diversità culturale non è sufficiente per generare un sistema di garanzia che possa dare spazio al pieno godimento della libertà di scelta dei valori: occorre che l’atteggiamento pluralistico si evolva in una direzione normativa, attraverso un sistema di diritti culturali soggettivi.

Sempre Habermas sottolinea il rischio che si potrebbe correre nell’avvalorare l’autonomia di una simile classe di diritti, facendo di essa una riserva di beni strettamente legata agli interessi di ogni minoranza, facilmente strumentalizzabile in senso localistico. La società si troverebbe costituita da un insieme di contesti culturali, ognuno chiuso nella propria dimensione normativa, che impedirebbe incontri e ibridità che sono alla base delle relazioni interetniche.

Patrick Savidan: collocandosi in una prospettiva del genere, si destabilizza la rappresentazione di una cittadinanza “monologica”, culturalmente unificata, che ha l’effetto di creare all’interno di una comunità politica spazi di autonomia istituzionale relativa.

Kukathas: ritiene che una società autenticamente liberale debba somigliare sempre di più ad un arcipelago di gruppi distinti, cui lo stato deve provvedere assicurando autonomie e diritti collettivi.
Il modello di Kukathas finisce per accettare ogni sorta di posizione culturale, anche quella in cui emergono aspetti di intolleranza o di violenza.

Amartya Sen: il monoculturalismo plurale conduce ad una società che si contrappone, in nome di una libertà etnica(collettiva), all’effettivo godimento delle libertà e dei diritti fondamentali da parte dei singoli individui.
Se è vero che i diversi contesti di socializzazione si concorrono alla determinazione dell’identità personale, ogni gruppo sociale potrebbe rivendicare una propria autonomia e quindi godere di particolari privilegi; in questo modo la religione, la scelta sessuale o l’estrazione socio- economica basterebbero per definire un criterio sufficiente di riconoscimento dei propri “diritti collettivi”.

Habermas e Will Kymlicka sono interessati a proporre una visione pluralistica, in grado però di offrire una garanzia nei confronti delle libertà individuali.

Habermas: ritiene infatti che i diritti collettivi siano in realtà delle aggregazioni di diritti soggettivi, che la cultura fa propri: <<i diritti collettivi non sono per sé sospetti. Ad esempio i diritti di cui una costituzione democratica dota comuni o governi regionali o istituzioni semipubbliche non danno di regola nell’occhio, perché tali trasferimenti di competenze si fondano su diritti fondamentali dei cittadini.
In base a questo principio, se una società ritiene di riconoscere il diritto di un gruppo ad usare la propria lingua locale e di impartirne l’insegnamento nella scuola, deve estendere lo stesso diritto all’intera popolazione, conferendo a ogni soggetto, anche a chi appartiene ad una diversa minoranza, la medesima opportunità. Così il diritto collettivo assume una portata universale, sottoforma di diritto soggettivo culturale: ogni individuo, che fa parte di una minoranza linguistica, si trova nelle condizioni di usare la propria lingua a prescindere da chi ha per primo effettuato la richiesta, ottenendone il beneficio.
Il teorico Kymlicka ha elaborato, in modo più completo, il rapporto tra culturalità e democrazia. La sua posizione liberal si fonda su due tesi principali:
1.L’appartenenza culturale è una questione di scelta e non deriva da fattori di sangue, di razza, di religione o di etnia; perciò egli parla di un diritto etnoculturale, senza riferimenti di carattere razziale.

2.Esistono diverse tipologie di diritti culturali: quelle che riguardano le questioni interne, legate al controllo dei comportamenti di chi appartiene alla minoranza, e quella di natura esterna, che consentono al gruppo di difendersi da scelte di carattere economico, politico o culturale, effettuate nel contesto statale in cui il gruppo è inserito.
Questa distinzione permette di differenziare gli strumenti che uno stato può mettere in campo al fine di garantire una reale uguaglianza di opportunità tra tutti i cittadini. Nei confronti dei primi, un atteggiamento democratico pone dei limiti a forme di controllo esclusive e spesso lesive dei diritti soggettivi, per quanto riguarda i secondi, invece esso assume la responsabilità di difendere le peculiarità proprie della minoranza contro possibili attacchi esterni destabilizzanti. Kymlicka sostiene che un regime liberale non può accettare che un individuo subisca , suo malgrado, la legge del proprio gruppo di appartenenza. Questo individuo deve avere la possibilità di sottrarsi al volere del gruppo, il che presuppone la capacità e il diritto di valutare individualmente e di rivedere le proprie concezione ereditate dal bene, il diritto di rifiutare di apprendere la lingua della minoranza nazionale, o di seguire determinate pratiche religiose..etc. questo permette di fornire una soluzione al problema dei diritti soggettivi culturali, attraverso una formula liberale, che l’autore definisce con il termine multiculturalismdi kylimckao liberale.

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