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Vittorelli, Due odi anacreontiche ad Irene


La lirica arcadica si è prolungata oltre la metà del Settecento Un esempio di questo ci è fornito da Jacopo Vittorelli, che vissuto fino al 1835, nel 1784 scrive Anacreontiche ad Irene. In questa raccolta le due odi più significative sono la IV – Guarda che bianca luna e la VI – Non t’accostare all’urna.
La poesia anacreontica è una corrente poetica il cui nome è derivato dal poeta greco Anacreonte, i cui temi sono l'amore, l'amicizia, la natura, il divertimento, il vino, il piacere in generale. Si sviluppa durante il Settecento, la nascita di questa corrente si può ritrovare nella nuova concezione della vita che si fonda sul concetto della brevità della vita; si tendeva a cogliere il momento le gioie del momento (cfr. carpe diem di Orazio), per la vita è vissuta in modo esauriente, senza rinunce o sacrifici. Non ritroviamo nessuna eco degli avvenimenti rivoluzionari che interessano il mondo; tuttavia in questa poesia così elegante, misurata e piena di grazia si nota una venatura di dolce malinconia delle cose belle destinate prima o poi a finire
Nell’ode “Guarda che luna!, il poeta si si rivolge alla donna amata, Irene, invitandola a guardare la luna dalla luce bianca si uno sfondo di notte azzurra. L’aria è immobile e nessun fiore si muove. Soltanto [ma il termine può avere anche il significato di solitario] un piccolo usignolo svolazza da una siepe su un frassino selvatico e d emettendo dei sospiri chiama la sua compagna. Quest’ultima, non appena lo sente, avanza di fronda in fronda e sembra che gli risponda”Non piangere, ti sono vicina” Il poeta fa allusione alle tristi vicende vissute da Progne nella mitologia classica, prima della sua trasformazione in usignolo. “Che dolci sentimenti d’amore, termina il poeta rivolgendosi ad Irene, sono questi pianti”, rimproverando alla donna amata di non avergli mai risposto nello stesso modo. L’ode è caratterizzata da una grande leggiadria e musicalità unita ad una sensibilità preromantica perché venata da un sentimento di malinconia appena accennato.
Nell’ode Non t’accostar a l’urna, l’atmosfera è funeraria e quindi rispondente ad una nuova sensibilità pre-romantica che avanza. Il poeta, ormai morto, e ridotto in cenere (immagine ricorda l’uso classico della cremazione dei cadaveri), rimprovera alla donna amata di recarsi a piangere sulla sua tomba. La pietà della terra nell’accogliere le sue spoglie, contrasta con la crudeltà della donna che in vita non ha mai corrisposto l’amore del poeta. Egli trova odioso il dolore che la donna prova e rifiuta il profumo dei giacinti con i quali essa adorna la tomba. Il suo pianto è inutile è l’unica cosa che il poeta la invita a fare è di lasciarlo dormire in pace il sonno eterno della morte.
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