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Carlo Goldoni (Venezia 1707 – Parigi 1793)


Biografia: nel 1720 si avviò ai corsi di filosofia presso i padri domenicani di Rimini; ma alle lezioni di logica e di retorica preferiva gli incontri furtivi con i comici venuti a recitare in città. Nel 1731 si laureò in giurisprudenza a Padova, e iniziò ad esercitare a Venezia. Nel 1734 assunse l’impegno di scrivere testi per il teatro veneziano di San Samuele. Nel 1736 viene nominato console a Venezia per la Repubblica di Genova. Dopo il 1737 gli è affidata la direzione del teatro d’opera di San Giovanni Crisostomo. Gravi dissesti economici lo costringono però a lasciare Venezia. Esercita quindi l’avvocatura a Pisa dal 1745 al 1748, pur continuando l’attività di commediografo.
Rientrato a Venezia su pressione del capocomico Medebach, vi rimane per 14 anni, i più intensi della sua attività artistica. Addirittura la stagione teatrale 1750-51 è segnata dalla realizzazione di 16 commedie nuove. Queste sono la risposta alle polemiche di Pietro Chiari, la cui fama si basava sulla elementare superficialità dei testi che lusingavano il pubblico e non presentavano difficoltà per gli attori.
Poiché i rapporti con Medebach si stavano guastando, Goldoni passò al teatro San Luca. Ma ebbe poco apprezzamento, e nel frattempo un nuovo astro del teatro veneziano, Carlo Gozzi, era in ascesa. Allora nel 1761 andò a Parigi su invito della “Comèdie Italienne”. Nonostante il compito non appagante (elaborazione di scenari e canovacci), vi rimase fino alla morte, passando per la corte reale di Versailles (maestro di lingua italiana fino al 1769) e per la cerchia degli illuministi e dei salons intellettuali.

Le opere. La Prefazione alla prima raccolta delle commedie (1750): il testo rappresenta un vero e proprio manifesto dell’autore, che scoperto il proprio “genio teatrale”, impostosi con “insuperabile forza”, cominciò ad osservare il mondo per trarne “un’abbondante provvisione di materia atta a lavorarsi per Teatro”, quasi “una inesausta miniera d’argomenti”. Un problema principale è quello del gusto e dell’educazione del pubblico: Goldoni “più di tutto s’accertò, che sopra del meraviglioso, la vince nel cuor dell’uomo il semplice ed il naturale”.

Due grandi libri: Mondo e Teatro: “Il primo mi mostra tanti e vari caratteri di persone, me li dipinge così al naturale, mi somministra abbondantissimi argomenti di graziose ed istruttive commedie. M’instruisce di vizi e difetti, delle umane passioni, de’ correnti costumi”.
“Il secondo mi fa conoscere con quali colori si debban rappresentare sulle scene i caratteri, le passioni, gli avvenimenti, che nel libro del mondo si leggono; come si debba ombreggiarli per dar loro il maggior rilievo, e quali sien quelle tinte che più li rendon grati agli occhi delicati degli spettatori”.

“Quanto alla lingua ho creduto di non dover farmi scrupolo d’usar molte frasi e voci lombarde o idiotismi veneziani, giacchè ad intelligenza anche della plebe più bassa che vi concorre, principalmente nelle città lombarde e nella patria mia dovevano rappresentarsi le mie commedie”.
“Lo stile poi l’ho voluto qual si conviene alla commedia, vale a dir semplice, naturale, non accademico o elevato”.

La putta onorata (1748): è una commedia popolare di tre atti in prosa. Lo scopo dell’autore è di rendere giustizia all’onoratezza e alla modestia delle popolane di Venezia, spesso accusate di facili compiacenze.
Bettina, giovane ed onorata popolana, è corteggiata dal marchese Ottavio. Questi tenta di darla in moglie a Pasqualino, presunto figlio del gondoliere Menego. Pantalone ostacola il progetto. Allora Ottavio fa rapire la ragazza. La moglie di Ottavio, Beatrice, scopre l’intrigo. Pasqualino intanto s’è scoperto figlio di Pantalone, il quale acconsente alle nozze fra il figlio e la ragazza e fa da paciere tra Beatrice e il redento Ottavio.
“Ottavio: Sarebbe bene che diventaste un poco più grossa. Bettina: A ela no gh’ho da piaser. Ottavio: Forse sì. Bettina: Oh, mi ghe digo de no. Ottavio: Non siate così ruvida. Non pensate che io possa fare la vostra fortuna? Bettina: Povera la mia fortuna! Le pute veneziane xe un tesoro che no se acquista cussì facilmente, perché le xe onorate come l’oro. Ottavio: Guardate questi orecchini, se li volete sono vostri. Bettina: A mi i denari no me fa gola. Ottavio: Ma che cosa vi piace? Bettina: La mia riputazion. Ottavio: Vi mariterò. Bettina: No gh’ho bisogno de ela”.

La locandiera (1753): è una commedia in tre atti, con frequenti presenze di toscanismi. Protagonista assoluta è l’accorta locandiera Mirandolina. Di lei si sono innamorati gli ospiti della sua locanda fiorentina, il prodigale conte d’Albafiorita e l’avaro marchese di Forlimpopoli. L’arrivo alla locanda del cavaliere di Ripafratta, bizzarro e insofferente misogino, cambia le cose. Questa volta è Mirandolina, punta sul vivo dalla sua insofferenza, a spingerlo con l’astuzia a innamorarsi di lei. Quando vi riesce, eccola rivelare ai tre altolocati spasimanti la sua volontà di sposarsi con Fabrizio, il suo cameriere.

“Marchese: Fra voi e me vi è qualche differenza. Conte: Sulla locanda tanto vale il vostro denaro, quanto vale il mio. Marchese: Ma se la locandiera usa a me delle distinzioni, mi si convengono più che a voi. Mirandolina ha bisogno della mia protezione. Conte: Mirandolina ha bisogno di denari, e non di protezione”.
Mirandolina apparecchia la camera al nuovo arrivato, il cavaliere: “Cavaliere: (da sé) Non si può negare che costei non sia una donna obbligante. Non v’è bisogno che vi incomodiate. Mirandolina: Oh, io non mi incomodo mai, quando servo cavaliere di sì alto merito. Cavaliere: Non vi riuscirà di far con me quello che avete fatto col conte e col marchese. Mirandolina: Abbiamo altro in testa noi, che dar retta alle loro ciarle. Se diamo delle buone parole, lo facciamo per tenerli a bottega. Cavaliere: Brava! Mi piace la vostra sincerità. Mirandolina: Ha moglie V.S. illustrissima? Cavaliere: Il cielo me ne liberi. Non voglio donne. Ma voi mi fate piacere, mi divertite: perché avete tanta parzialità per me? Mirandolina: Perché oltre il suo merito, oltre la sua condizione, sono almeno sicura che con lei posso trattare con libertà. Lei non è effeminato, non è di quelli che si innamorano. (da sé) Mi caschi il naso se avanti domani non l’innamoro”.

I rusteghi (1760): è una commedia in tre atti in dialetto veneziano, che riassume alcuni elementi fondamentali della sua arte comica. In particolare due sono i motivi: il predominio di un carattere sugli altri e il movimento corale di sfondo. Il vecchio rustego Lunardo ha promesso in sposa la figlia Lucietta a Filippetto, il figlio dell’amico Maurizio. La promessa è stata stretta solo fra i genitori, come da uso antico: i figli non si vedranno fino al momento del matrimonio. Le mogli di Lunardo e Maurizio, istigate da Felice, la moglie di un terzo rustego, Canciano, decidono invece di far incontrare i due giovani. L’incontro avviene nella casa di Lunardo, la sera stessa in cui quest’ultimo ha invitato gli amici Maurizio, Canciano e Simon per festeggiare le nozze. Filippetto vi si introduce mascherato, ma presto i vecchi scoprono l’intrigo. Vorrebbero mandare a monte il matrimonio, proprio ora che Filippetto s’è scoperto innamorato di Lucietta; ma le arti di Felice, che tiene ai quattro rusteghi un brillante e appassionato discorso, decideranno infine del buon esito della vicenda, con le nozze dei due giovani.

“Lunardo: Se tratta di onor, se tratta, vegnimo a dir el merito, de reputazion de casa mia.
Simon: Quieteve, caro compare. Vu no ghe n’avè colpa. Xe causa le donne; castighèle, e tutto el mondo ve loderà. Canciano: Sì ben, bisogna dar un esempio. Bisogna umiliar la superbia de ste muggire così altiere, e insegnar ai omeni a castiagarle. Lunardo: Cari amici, cossa avemio da far? Prima de tutto, a monte el matrimonio”.
“Felice: Son vostra muggire, me podè comandar, ma no me voi lassar strappazzar. Mi no ve perdo el rispetto a vu, e vu no me l’avè da perder a mi. Vegnimo al fatto. Sior Lunardo vol maridar la so putta. Accordo anca mi, che le putte no sta ben che le fazza l’amor. Ma no xe mo gnanca giusto de metter alle fie un lazzo al collo, e dighe: lo devi prendere. La putta xe onesta, el putto no ha fallà. Ho fenio la renga, laudè el matrimonio. (I ho messi in sacco, ma con rason)”.
“Simon: Mi, se stasse a mi, lauderave. Lunardo: Co le lassè parlar, no le gh’ha mai torto”.

Le smanie per la villeggiatura (1761): è la prima delle tre commedie (ambientata a Livorno) che formano la cosiddetta “trilogia della villeggiatura”. Filippo, con la figlia Giacinta, e Leonardo con la sorella Vittoria, stanno partendo per le vacanze. Leonardo, che è innamorato di Giacinta, vorrebbe partire nella carrozza di lei, ma Filippo ha invece invitato Guglielmo, un altro innamorato della giovane. Ecco dunque Giacinta dare in smanie, vedendo compromessa la sua vacanza. Interviene fortunatamente il vecchio Fulgenzio, che riesce ad accomodare le cose favorendo il contratto di matrimonio fra Leonardo e Giacinta.
La presentazione della vanità femminile, le gelosie, il fervore con il quale Giacinta e Vittoria preparano i loro bagagli, l’atmosfera satura di invidie, fanno delle Smanie la più riuscita delle commedie di costume goldoniane.

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