
Psicosi collettiva o tentati rapimenti? Da Monteverde a Cornelia da Primavalle a Cinecittà: quattro quartieri di Roma diversi tra loro, ma il copione è sempre lo stesso.
Qualcosa di poco chiaro succede davanti a una scuola, parte un messaggio su WhatsApp, e nel giro di poche ore migliaia di genitori sono convinti che qualcuno stia cercando di rapire i loro figli.
Il problema? In nessuno dei quattro casi finora segnalati c'è stato un tentativo di rapimento.
I quattro casi
Monteverde, 13 febbraio. Una donna straniera si presenta davanti alla scuola elementare Oberdan di largo Ravizza con le foto di due bambini. Fatica a spiegarsi, poi se ne va.
Una collaboratrice scolastica riconosce in quelle foto un'alunna dell'istituto e scatta l'allarme. I genitori denunciano per tentato rapimento. La notizia vola nelle chat.
Qualche giorno dopo arriva la spiegazione: le telecamere di sorveglianza riprendono la donna mentre esce dall'asilo nido accanto con due bambini. Era la loro baby sitter. Aveva semplicemente sbagliato scuola.
Passa poco più di una settimana e a Primavalle, lo scorso 25 febbraio, va in scena una vicenda molto simile. Tutto inizia con un audio: una donna racconta di aver saputo da un'amica di un tentativo di rapimento in un asilo. Aggiunge che "la polizia sta indagando per traffico di organi".
Il messaggio si diffonde in poche ore tra i gruppi di neomamme di tutta Roma. La questura smentisce tutto, categoricamente.
Nelle stesse ore, il panico si diffonde anche a Cornelia. In un'altra chat virale di WhatsApp circola la voce che "una donna sconosciuta avrebbe citofonato in un asilo nido chiedendo di un bambino senza poi salire".
La direttrice dell'asilo coinvolto nega tutto: "Abbiamo le telecamere all'ingresso, non è mai successo nulla del genere. Conosciamo tutti i venti bambini e tutti i loro genitori."
Fino ad arrivare a ieri, 4 marzo. Siamo a Cinecittà Est. Nelle chat dei genitori della scuola dell'infanzia "Il Germoglio delle Idee" inizia a circolare un nuovo allarme.
Questa volta c'è anche un identikit: uomo alto, molto magro, carnagione olivastra, Ford grigia. Avrebbe superato il cancello e si sarebbe avvicinato a un bambino dicendo "Che bel bambino", per poi allontanarsi quando una collaboratrice gli ha chiesto chi fosse.
La polizia è intervenuta. Al momento non risultano denunce formalizzate e la questura esclude che si sia trattato di un tentativo di rapimento.
Nel frattempo, l'assessore alla scuola del VII municipio Marcello Morlacchi ha disposto una pattuglia dei vigili ogni mattina davanti alla scuola di Cinecittà.
Come funziona il loop
Lo schema si ripete quasi identico ogni volta. Un episodio ambiguo - una persona sconosciuta, una domanda strana, uno sguardo di troppo - diventa il punto di partenza.
Da lì parte un audio su WhatsApp, poi un altro, poi i dettagli si moltiplicano e si amplificano. Presunti testimoni, identikit sempre più precisi: in poche ore l'allarme e il panico si diffondono ovunque. Nelle chat delle mamme, nelle bacheche di quartiere, nei gruppi di classe.
Nessuno sta dicendo che i genitori abbiano torto a preoccuparsi o che le segnalazioni vadano ignorate.
Il punto è un altro: il passaggio da "episodio poco chiaro" a "rete di rapitori che traffica organi" avviene con una certa faciloneria, senza verifiche, amplificato da una catena di messaggi vocali in cui ogni passaggio aggiunge un dettaglio nuovo.
D'altronde, nell'era attuale, la velocità di diffusione supera di gran lunga la velocità di verifica. E quando arriva la smentita, spesso non riesce a raggiungere le stesse persone che hanno visto l'allarme originale.