Psicologia della personalità

Premessa – dal nomotetico all’idiografico

Il quadro della psicologia agli inizi degli anni ’30 era suddiviso tra due tradizioni imperanti.
• La tradizione europea (continentale), della scuola della Gestalt;
• La tradizione anglosassone (specialmente americana), del comportamentismo.
Entrambe queste ‘scuole’ rappresentano un approccio psicologico essenzialmente generalista, ovvero sono concentrate sullo studio dei processi psicologici universali, comuni: si tratta dei tipici filoni di ricerca della psicologia generale (percezione, memoria, apprendimento, motivazione, intelligenza…), che assumono come metodo l’approccio nomotetico. Il grande escluso da entrambe le prospettive, e che ora rivendica attenzione, è la personalità. Lo studio della personalità, si concentra sulle differenze individuali e assume per lo più il metodo idiografico.

NB: anche le grandi scuole della psicologia del profondo, più che alle differenze individuali sono interessate ai processi generali di sviluppo della personalità. Queste scuole presentano una visione dell’uomo onnicomprensiva (assunta per lo più a partire da una certa visione antropologica),i casi singoli sono assunti come esemplificazioni tipiche che mettono in luce processi universali.
Il termine personalità risale a un temine greco che indica la maschera indossata dagli attori teatrali. La mascherà rappresentava i tratti fisiognomici carratterististi che facevano identificare l’attore con un personaggio. La personalità è qualcosa di strutturale → la costante dell’individuo attraverso lo spazio e il tempo. Inoltre la personalità è ciò che permette di distinguere l’individuo dagli altri. La p è quindi sia strutturale che individuale, idiografica. Nella dimensione nomotetica della p si tiene conto della sua strutturalità ossia gli output che l’individuo esprime a seguito degli input. → tutte le maschere hanno una struttura comune eppure tutte le maschere si differenziano l’una dall’altra. Nel rendere ragione delle varie differenze vi sono diversi approcci, scuole psicologiche.
Ci sono due grandi raffigurazioni:
Alcune scuole riportano le differenze a caratterizzazioni dell’individuo in sé → le differenze sono legate alla biologia, la genetica → approccio disposizionale, riporta la presenza delle differenze alla predisposizione di carattere ereditario di ogni individuo. L’approccio contestuale invece riporta le differenze ai fattori ambientali in cui l’individuo cresce e si sviluppa. Se la personalità è studiata attraverso il comportamento, secondo il primo approccio esso è spiegato in funzione delle caratteristiche innate, mentre per i secondi il comportamento è forgiato dall’esperienza → vedi comportamentismo, che infatti manipola gli stimoli contestuali e il comportamento è in funzione all’ambiente. L’approccio disposizionale invece è rappresentato da Ippocrate ossia la presenza dei tipi di uomo che dipendono dalla natura degli elementi, i quali determinano il comportamento rispetto all’alemento dominante in quella persona. Tutte le teorie disposizionali si rifanno alla tipizzazione ippocratica.
Negli anni ’30, la scuola personologica americana porta l’attenzione degli psicologi sulla personalità. ‘Personalità’ indica l’insieme delle caratteristiche cognitive e affettive che rendono ogni uomo un ‘unico’. Riprendendo la distinzione introdotta da Wildelband, Allport sostiene che lo studio della personalità implica il passaggio dall’approccio nomotetico a quello idiografico in psicologia (1962: the general and the unique). Si deve cioè passare dallo studio dei processi universali che accomunano tutti gli individui, allo studio della singolarità personale, ovvero ciò che rende unico l’individuo e lo distingue da tutti gli altri. La nozione di ‘personalità’ si preferisce a due nozioni fino ad allora di uso prevalente: quella di ‘temperamento’ (che prevede una concezione per lo più deterministica, in parte basata sulle caratteristiche fisiche), e quella di ‘carattere’ (fortemente connotata sul piano volitivo e morale).
Tipi e tratti
Le teorie della personalità si distinguono in teorie dei tipi e teorie dei tratti.
Le teorie tipologiche (o dei tipi) tendono ad individuare delle categorie ideali, in cui possono essere suddivisi i gruppi di individui. Si tratta di poche categorie, mutualmente esclusive, che possono essere fatte risalire alla tradizione ippocratica (sanguigni, collerici, flemmatici e melanconici).
Le teorie disposizionali (o dei tratti) prevedono l’esistenza di disposizioni (o tratti) comuni trasversalmente a tutti gli uomini, ma presenti in combinazioni diverse da persona a persona. La diversità della combinazione dei valori che assumono queste dimensioni renderebbe ragione delle differenze individuali.
Allport definisce un ‘tratto’ di personalità come la “predisposizione ad agire nello stesso modo in un ampio numero di situazioni”: il tratto si può così generalizzare – in clinica, per es., si distingue un tratto d’ansia (disposizione permanente) da un’ansia di stato (accidentale, legata alla situazione). Solitamente, i tratti hanno la struttura di fattori, ovvero di disposizioni bipolari costituite da un continuum tra due estremi (es.: introversione-estroversione; dominanza-sottomissione; conservatorismo-radicalismo…). La personalità risulta dall’intersecazione dei diversi fattori, in punti diversi (es.: soggetto piuttosto introverso, con tendenza spiccata alla sottomissione e valori medi di conservatorismo…).

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