Psicoanalisi infantile
Una delle prime studiose è stata Anna Freud. Lei parte da un’idea fondamentale: il bambino non è un adulto in miniatura. Ha una mente ancora in costruzione. È più impulsivo, più egocentrico (cioè vede tutto dal suo punto di vista) e fa più fatica a controllarsi. Per questo motivo, secondo lei, non puoi lavorare con un bambino come faresti con un adulto, cioè solo parlando. Allora cosa fa lo psicologo? Usa strumenti più adatti, come il gioco, il disegno e anche l’osservazione dei sogni. Il gioco diventa importantissimo. Per esempio, immagina un bambino che prende sempre i pupazzi e li fa combattere oppure li rompe: non è solo “birichino”, ma potrebbe star esprimendo rabbia, frustrazione o qualcosa che lo fa stare male dentro. Oppure un bambino che disegna sempre scene tristi o si disegna da solo può far capire che si sente solo o insicuro. Nei bambini questa parte è ancora debole, quindi va “allenata”. Per esempio, un bambino che reagisce subito con rabbia deve imparare pian piano a fermarsi e capire cosa sta provando. Un’altra cosa molto importante che sottolinea Anna Freud è il ruolo della famiglia. Il bambino non vive da solo, ma dentro un ambiente. Spesso sono proprio i genitori a portarlo dallo psicologo, perché notano che qualcosa non va. Però ogni famiglia ha la sua idea di cosa è “normale” e cosa no. Per questo lo psicologo deve lavorare anche con loro. Per esempio, se un bambino è molto ansioso, può dipendere anche da un ambiente familiare molto rigido o molto protettivo.Linguaggio del bambino
Poi arriva Melanie Klein, che ha un punto di vista diverso. Anche lei usa il gioco, ma lo considera ancora più importante: per lei il gioco è proprio il linguaggio del bambino. È come se il bambino parlasse attraverso quello che fa mentre gioca. Facciamo un esempio: un bambino prende due pupazzi e li fa litigare continuamente. Oppure uno lo tratta bene e l’altro male. In questo caso, secondo Klein, il bambino sta proiettando dentro il gioco le sue relazioni reali, per esempio con la mamma o il papà. Questo fenomeno si chiama transfert, cioè il bambino trasferisce sui giocattoli le emozioni che prova verso le persone importanti. Klein sviluppa anche una teoria molto importante, chiamata teoria delle relazioni oggettuali. In modo semplice, vuol dire che il bambino cresce attraverso le relazioni con gli altri, soprattutto con la madre. Però all’inizio il bambino non vede la madre come una persona completa. La percepisce “a pezzi”.Esempio pratico
Per esempio, nei primi mesi si concentra soprattutto sul seno che lo nutre. E qui succede una cosa interessante:* se riceve latte, calore e attenzioni → il seno è “buono”;
* se ha fame o deve aspettare → il seno diventa “cattivo”.
È come se il bambino dividesse il mondo in due: tutto buono o tutto cattivo. Questa fase si chiama posizione schizoparanoide (nei primi mesi di vita). Non è una malattia, ma una fase normale dello sviluppo. Facciamo un esempio concreto: un neonato piange. Se la madre arriva subito, si calma e prova sicurezza. Se invece deve aspettare, prova rabbia e disagio. Non capisce ancora che è la stessa persona: vive due esperienze diverse, quasi come se fossero due “madri”. Poi però cresce, e piano piano succede qualcosa di molto importante: capisce che la madre è una sola persona, che a volte lo soddisfa e a volte no. Non è tutta buona o tutta cattiva. Qui entra in quella che Klein chiama posizione depressiva. Il bambino può sentirsi in colpa, perché si rende conto di aver provato rabbia verso la stessa persona che ama. Questa fase è fondamentale, perché permette al bambino di sviluppare una visione più realistica delle persone. Capisce che qualcuno può essere sia buono che imperfetto. Se questo passaggio avviene bene, il bambino cresce in modo equilibrato. Se invece rimane “bloccato” nella divisione tra buono e cattivo, possono nascere difficoltà psicologiche anche più avanti. Tutto questo si studia nelle Scienze Umane perché ci aiuta a capire come si forma la mente di una persona fin da piccola e perché i bambini si comportano in certi modi, anche quando non riescono a spiegarsi. È un modo per “entrare” nel loro mondo e capire cosa provano davvero.