pexolo di pexolo
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Psicanalisi strutturalista


Secondo Lacan, nella storia della psicanalisi l’insegnamento e lo spirito del «freudismo» è andato perduto, o comunque era stato occultato; in secondo luogo, la necessità di un «ritorno a Freud» doveva tener conto di uno strumento che questi non conosceva, ossia la linguistica strutturalista (sincronica). La linguistica psicanalitica sostiene che la parola non può essere compresa nella sua immediatezza, in quanto «dietro» la parola vi è «qualcosa» di «occultato», di nascosto: come Lèvi-Strauss invitava ad andare alla ricerca della ragione nascosta (raison cachée), Lacan ci invita a ritrovare ciò che è nascosto dietro la parola; la responsabilità di questo occultamento va attribuita al soggetto, all'Io, alla coscienza. In Freud ci accorgiamo di questo occultamento attraverso alcune “finestre” (sogni, patologie della vita quotidiana, sessualità e malattie) che ci permettono di parlare del’inconscio; Lacan pone in primo piano il problema della malattia, anteposto ad un altro grande tema lacaniano, quello della sessualità. Le malattie sono ciò che ci parla del soggetto nella sua autenticità: lo psicanalista ed il soggetto devono porsi in «ascolto» della malattia, che permette di cogliere l’umanità, o quantomeno di vederla secondo un’ulteriore prospettiva. Il rapporto fra normalità e non-normalità, affrontato in seguito da Georges Canguilhem, torna ad essere al centro del dibattito psicanalitico. Il primo volto di Lacan è quello ironico, non soltanto per il suo modo di insegnare e di essere “istrionico” (che ha suscitato diverse sue rappresentazioni caricaturali), ma soprattutto perché il punto di partenza del suo insegnamento si richiama alla formula annunciata da Freud nella Lezione 31 di Introduzione alla psicoanalisi: “l’Io non è padrone in casa propria”, da cui il Lacan ironico si pone l’incalzante domanda «chi è l’Io, chi sono Io?».

Anti-umanismo


L’Io, la coscienza non è più il dato originario della vita dell’uomo, in quanto l’autenticità dell’uomo sta «altrove» rispetto alla coscienza; questa espressione indica il riconoscimento di un Altro da me, dalla mia coscienza, ossia di un «vuoto» di coscienza (dove non v’è il pieno), di uno «spazio bianco» dalla coscienza. Paradossalmente, c’è una radicale riproposizione del cogito ergo sum (Cartesio: l’Io è pensiero e il pensiero fonda l’essere), secondo Lacan «non-penso dunque sono», ovvero io sono dove non penso, nello spazio bianco della coscienza; l’Io non è padrone in casa propria, non è il «centro» dell’essere dell’uomo, non è su quel posto che la tradizione filosofica occidentale gli aveva assegnato (la coscienza). Egli punta a disgregare ogni rappresentazione identitaria della soggettività, operando una divaricazione tra pensiero ed essere: non è il pensiero che fonda l’essere, com’è dimostrato dal fatto che il paziente che si rivolge allo psicanalista «non sa chi è», fa esperienza che il pensiero non coincide con l’essere; io sono un Altro, qualcosa che mi sfugge, secondo Lacan la formula più radicale della follia sarebbe proprio quella di porsi come «padroni» in casa propria: il folle è colui che si crede un Io, la follia è un’«Io-crazia». L’Io non ha un cuore solido, non è un’identità solida, piuttosto assomiglia a una cipolla in quanto è fatto di tanti strati e ogni strato che lo compone è una sua identificazione: siamo fatti dalla somma stratificata di tutte le identificazioni che hanno caratterizzato la nostra storia (con il padre, la madre, la sorella, gli altri più significativi); esso è una rappresentazione mascherata, una maschera: siamo pirandellianamente una maschera.

Linguaggio


Lacan si avvicina molto all’idea di linguaggio che Heidegger ha consegnato alla storia del pensiero; attraverso alcuni riferimenti al secondo Heidegger, egli sostiene che l’uomo è un «essere linguistico», anche se mette in dubbio la veridicità della proposizione «l’uomo parla». Infatti, Lacan utilizza più volte l’espressione «ça parle», cioè «l’Es parla», laddove nella Seconda topica Freud aveva messo al centro il problema dell’Es (“caldore ribollente” di passioni), considerato come uno dei tre padroni (Es, Super-io, realtà) che l’uomo non può controllare; sono le malattie a «parlarci», ci mettono all’ascolto di questo qualcosa di impersonale, ci permettono di decifrare ciò che noi, con la nostra coscienza cartesiana occidentale, non riusciamo a decifrare, ci offrono questo «spazio bianco» o «altrove». L’autentica normalità è la malattia, cioè l’uomo che soffre nella malattia. Il secondo volto di Lacan è quello strutturalista; a suo avviso l’inconscio non è l’animale, l’istintuale, il mostruoso che abita in noi, piuttosto è una grande Ragione, che si manifesta attraverso le «formazioni dell’inconscio» (sogno, lapsus, atto mancato, sintomo), cioè che parla attraverso una grammatica molto precisa, non è affatto l’irrazionale, l’istintuale, ma è organizzato secondo un discorso: l’inconscio non è incolto, l’oscuro (il lapsus, che scaturisce dall’interferenza di una catena di pensieri inconsci sulla catena dei pensieri coscienti, è una rappresentazione linguistica dotata di senso; il sintomo è un «significante di un singnificato rimosso»). L’inconscio è essenzialmente un linguaggio, o meglio, è ha la struttura del linguaggio; sebbene Freud non sia stato un linguista, ha avuto questa intuizione, proponendoci un’interpretazione del linguaggio dei sogni. Lacan paragona Freud a Champollion (pensatore francese che propose, per primo, l’interpretazione dei geroglifici), è considerabile come colui che ci ha dato una lettura di questa lingua sconosciuta; il nostro parlare ha un significato immediato, ma l’autentico significato è nascosto.

Indagini lacaniane


Lacan ripropone le classiche indagini freudiane sul complesso di Edipo, ma pone l’attenzione a ciò che, della sessualità, della vita del fanciullo precede il complesso edipico; esso avviene all’incirca a 5 anni, mentre Lacan retrocede l’indagine per presentare la nozione di «stadio dello specchio» (fase in cui il bambino anticipa, grazie ad un’immagine visiva, la totalità del proprio corpo, prendendo coscieza di sé). Egli individua tre fasi fondamentali attraverso cui avviene il «decostituirsi» della soggettività: in un primo momento il bambino si pone di fronte alla propria immagine nello specchio e la crede una «alterità essenziale», cioè una realtà completamente diversa dalla propria, per cui mostra un atteggiamento di apprensione; in un secondo momento, l’infante riesce a comprendere che quell’«Altro» è una semplice immagine, cioè è altro da sé, ma non può essere preso; in un terzo momento, il bambino vede l’immagine come l’«Altro» di se stesso. L’identità si costituisce in questo: in un rapporto con l’«Altro», che passa dall’essere una totale alterità, quindi un’immagine ed infine l’immagine di se stessi; nel costituirsi della nostra identità abbiamo bisogno di distanziarci, quindi di immaginare ed infine di cogliere nell’immagine qualcosa di noi stessi, che si è diviso. Bachelard riprende liberamente, nelle sue teorie dell’immaginazione creativa, il complesso o mito di Narciso, che è centrale in Jung, ma presente anche in altre posizioni psicanalitiche; Narciso trova la sua morte perché si identifica completamente nella bellezza della propria immagine, tanto da annegare nel fiume in cui si era visto riflesso. Dopo Lacan si moltiplicano le interpretazioni di tale mito, che non indica più soltanto l’assolutizzazione dell’identità, quanto l’idea che l’uomo, per comprendersi, ha bisogno di divaricarsi, di disgregarsi.

Desiderio


Il terzo volto di Lacan è quello etico, che ruota attorto a due grandi figure concettuali: il desiderio ed il godimento. La vita è innanzi tutto «appello», invocazione, si viene alla vita chiedendo di essere soccorsi, senza essere autonomi, autosufficienti, senza essere a fondamento del proprio essere («nell'abbandono assoluto»); tale domanda è al suo fondo, per Lacan, una domanda d’amore: nella misura in cui l’altro (innanzitutto la madre) risponde a questa invocazione del soggetto, che viene alla vita gettato in una condizione di insufficienza e di inermità, tale risposta traduce l’appello in domanda d’amore. Nei desideri Lacan legge il senso di una mancanza, assimilabile alle tesi sul rapporto con l’altro compiute da Sartre al fondo dell’Essere e il nulla (amore=desiderio di assoggettamento dell’altro), di un bisogno, di una domanda di amore («il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’altro»: non esiste un oggetto del desiderio, perché esso si soddisfa solo attraverso il sentirsi desiderato da un altro desiderio, che è la radice della domanda d’amore), ma anche come il desiderio di essere riconosciuti dall'altro (→Hegel). In una terza accezione Lacan definisce il desiderio come desiderio d’altro, come una «metonimìa» della mancanza essere: esso non si soddisfa mai, ma, essendo desiderio d’altro, è spinto sempre da un oggetto all'altro, senza posa, senza mai raggiungere uno stato di quiete; il desiderio coincide con l’inquietudine dell’esistenza, è una forza, una spinta che non lascia mai in pace, in quanto ci porta costantemente a trascendere l’oggetto dell’appagamento immediato. È quella spinta il cui fondo è nichilistico, che svela una seconda dimensione della vita (che non è solo appello, domanda d’amore) come spinta alla propria dissipazione, a «godere fino alla morte»: il godimento non ha la stessa natura del desiderio, «se il desiderio viene dall'altro (è sempre riferito ad una relazione con l’altro), il godimento non viene dall'altro, ma dalla cosa» (viene dal corpo autoerotico, pulsionale, erogeno). Il godimento non è dialettico, non è mai dell’altro ma è sempre dell’uno, è una sorta di «sostanza godente»; per questo, a suo avviso, si devono distinguere due Freud: il primo è quello che, attraverso l’Interpretazione dei sogni, c’insegna che il desiderio è volontà di significazione (parla attraverso i sogni, i sintomi), in quanto ha a che fare con l’inconscio strutturato come un linguaggio (di cui il sogno ne è rappresentazione), il secondo Freud, quello dell’Al di là del principio di sapere, che introduce il concetto di pulsione di morte, è quello che mostra il fatto che la vita umana è orientata da una spinta pulsionale non finalizzata al piacere, ma al suo al di là; essa vuole godere, anche se godere fa male alla vita, distrugge la vita: il godimento sarebbe una passione dell’essere, della vita che porta la vita al di là dell’istinto di sopravvivenza (→godimento tossicomanico: appare al soggetto irresistibile, più forte dell’io e della volontà, ma non dà piacere, senza erotismo, che arriva anzi a distruggere l’erotismo e il piacere; esso porta la vita verso la morte). La psicanalisi è la promessa di riuscire a evitare che «il godimento spinga la vita verso la morte», attraverso la possibilità di annodarlo al desiderio: il godimento che si separa dal desiderio va verso la morte.
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