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La disabilità


Il percorso per garantire ai diversamente abili gli stessi diritti degli altri e una piena partecipazione alla vita sociale senza il rischio di venire emarginati non si è ancora concluso e si riflette nel dibattito sull’uso corretto della terminologia da adottare nelle diverse situazioni.
La disabilità è la mancata capacità di svolgere un compito o di compiere un’azione in modo soddisfacente considerato normale per l’essere umano.
Agli inizi del 900 il disabile era considerato in due modi: da una parte come un “invalido” in conseguenza ad un danno di cui nessuno aveva colpa suscitando la reazione di pietà con seguenti interventi di carattere assistenziale e caritativo, e dall’altra come un “malato” in conseguenza di un danno alla salute dell’individuo che richiede un approccio medico.
Dagli anni 60 si è iniziata a considerare la disabilità come una condizione umana a forte rischio di discriminazione da cui ne deriva un approccio di tipo sociale, cioè si pone l’accento sull’individuo come persona e sulle effettive difficoltà che esso può incontrare nel corso della sua vita, e da questo ne deriva la necessità di individuare una corretta terminologia con cui indicare situazioni differenti di disabilità.
Nel 1980 l’OMS ha divulgato nell’ambito della disabilità la “classificazione internazionale delle menomazioni, disabilità e handicap” in cui si distinguono i tre concetti. La menomazione è definita come una qualsiasi perdita o anomalia a carico delle strutture psicologiche, fisiologiche e anatomiche. Un esempio può essere la sindrome di Down caratterizzata da un’anomalia cromosomica. La disabilità invece è una qualsiasi restrizione o carenza, conseguente a una menomazione, della capacità di svolgere un’attività nel modo considerato normale. L’handicap infine è una situazione di svantaggio vissuta da una determinata persona, in conseguenza a una menomazione o disabilità, che limita e impedisce la possibilità di ricoprire un ruolo normalmente proprio.
Ma la distinzione dell’OMS del 1980 non era abbastanza esaustiva e puntava l’attenzione prevalentemente sulla malattia. Allora, nel 2001, l’OMS propose una nuova classificazione detta “classificazione internazionale del funzionamento” con l’intento di mettere in evidenza sia gli aspetti positivi che quelli negativi delle diverse condizioni di salute. Con questa nuova versione non ci si rivolge solo ad un singolo gruppo che si trova in una situazione di disabilità patologica, ma ha un valore universale per sottolineare che ogni essere umano deve essere considerato a prescindere delle proprie difficoltà temporanee o permanenti. Alla luce di questo, oggi si preferisce parlare di diversamente abili volendo sottolineare le abilità rimaste.
Per poter inserire il diversamente abile nella società limitando al minimo l’emarginazione non è sufficiente limitarsi all’inserimento, ossia il processo grazie al quale l’individuo entra a far parte di un contesto nuovo, ma bisogna anche integrarlo, cioè quel processo che avviene dopo l’inserimento e che porta l’individuo ad assumere un ruolo nel contesto in cui è inserito, collaborando e condividendo i compiti con gli altri soggetti. È importante che i soggetti disabili siano integrati nella società assumendo un ruolo attivo.
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