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AGGRESSIVITA'

La parola aggressività secondo Storr, secondo Hinde e un qualsiasi comportamento di un individuo diretto a creare danno ad un altro individuo. Risvolti che porta la non definizione: Consapevole o no? Un comportamento aggressivo può essere strumentale cioè avere un secondo fine, ciò che si vuole ottenere. Si è proposto di definirla come un comportamento che reca danno all’altro, indipendentemente dalla volontà o no di nuocere. Le aggressioni accidentali così sono giustamente escluse. Può bastare l’intenzione? Non c’è aggressività senza che essa sia manifesta.
Danno fisico o psicologico? Emergono delle difficoltà, perché i danni psicologici non sono oggettivamente riscontrabili. Ci sono aggressioni psicologiche eclatanti e misconosciute. Di Giovanni ha evidenziato che ci sono casi di ragionevole violenza: per il bene del singolo si giustificano atti aggressivi. L'aggressività misconosciuta è quella delle Istituzioni totali.

E. Goffman.
Dal punto di vista di chi? Mette in crisi la stessa definizione.
I casi da escludere sono i seguenti:
- la guerra, perché si coinvolgono popoli, Nazioni e non singoli individui;
- La predazione: non l'aggressività, perché è un atto per la sopravvivenza;
- Le zuffe per gioco, con lo scopo di socializzare e di fare amicizia;
- L'affermazione di sé e l'intraprendenza: sarebbe un caso di aggressività positiva.
- La minaccia, la sottomissione, la fuga e la timidezza che servirebbero per impedire gli scontri;
- Il danno a cose o a se stessi: secondo Def in realtà non lo sarebbero, ma è un innegabile danno arrecato ad altro.

TEORIE DELL’AGGRESSIVITA

Le concezioni istintive sono delle teorie che riconducono all’aggressività e ad istinti sono state elaborate da psicoanalisti ed etologi; oggi hanno perso la loro validità. Secondo le concezioni istintiviste, l’aggressività è espressione di tendenze innate con basi biologiche e connaturate con l’individuo.
Secondo questi la natura conta più della cultura: gli istinti aggressivi sono innati e non dipendono dal contesto; essi agiscono secondo un modello idraulico: dentro di noi c’è energia istintiva che spinge a comportamenti aggressivi, per scaricarla bisogna compiere atti aggressivi, se non viene scaricata la persona scatta per poco.( il modello psicoidraulico di Lorenz).
L’epicentro risiede nell’individuo: nell’individuo sono da ricercare le cause dell’aggressività. Esistono centri dell’aggressività nel cervello, per cui non tutti sono di questo parere, ma se queste teorie fossero concretamente visibili nel sistema nervoso tutto ciò sarebbe ancora più credibile. Le origini istintive dell’aggressività danno l'idea della sua diffusione: l’aggressività è ritrovabile dovunque e questo avvalora la teoria dell’istinto naturale.

L’aggressività è naturale e ultimamente ineliminabile: componente della vita umana e del regno animale, essa non è eliminabile.


LA PSICOANALISI: LE BASI PULSIONALI DELL'AGGRESSIVITA'

All’inizio Freud indicò i comportamenti aggressivi come reattivi, cioè essi comparivano se qualcosa impediva il soddisfacimento dei desideri legati alle pulsione sessuali o di autoconservazione o della frustrazione.
Con la Prima guerra mondiale, le due forze sono identificate con Eros, pulsione di vita, autoconservazione e sessualità e Thanatos, pulsione di morte, che porta all’annientamento, alla distruzione della vita. L’aggressività è quindi espressione diretta dell’istinto di morte. Vi è un legame tra biologico e psichico, un contrasto naturale tra forze distruttive e costruttive; l’istinto di morte come tendenza autodistruttiva porta l’individuo a collegarsi con l’inorganico e ad annientare se stesso. Per salvarsi deve rivolgere verso l’esterno la sua carica distruttiva e lo fa grazie ad Eros.
Melanie Klein parla di invidia e aggressività infantile. Seguace di Freud, studiò la vita emotiva del bambino e concluse che non rispecchia l’immagine di innocenza, serenità e pace che abbiamo del mondo infantile.
Fin dall’inizio l’esperienza affettiva del bambino è segnata dall’aggressività, in accordo con l’innato istinto di morte, essa si manifesterebbe nei confronti della madre ed è invidia per il seno materno. Le sue tesi sono state discusse da Storr, psicanalista che sostenne che le sue sono ipotesi non corroborate perché basate su psicoterapie dei bambini e colloqui clinici con adulti; tutti e due questi metodi sono poco affidabili.

Per Fornari occorre fare la guerra per tranquillizzarsi. Riprendendo la teoria di Freud sull’aggressività sostiene che la guerra abbia una funzione terapeutica. Le guerre sono istituzioni sociali che servono per curare l’angoscia di morte che c’è in ciascuno di noi. L’istinto di morte è il "Terrificante". La guerra rassicura, in quanto sostituisce all’invincibile un nemico esterno che può essere battuto.
Fornari vede nell’avvento dell’era atomica la fine del significato terapeutico della guerra, perché essa indica una forma di distruzione globale coincidente con l’autodistruzione del principio di morte; quindi c’è la necessità che ciascuno di noi si assuma la responsabilità della sua aggressività e che trovi il modo di convivere con l’stinto di morte. Fornari è stato fortemente criticato, perchè riduce le guerre al piano psichico e individuale, mentte sono fenomeni sovra individuali.
Per Adler esistono la volontà di potenza e il senso di inferiorità. Psicoanalista che si è opposto alla teoria freudiana sull’istinto di morte. Per lui l’aggressività è una tendenza a dominare la realtà, affermare se stessi e conquistare l’autonomia cioè la volontà di potenza.
Il bambino vive a lungo in una condizione di inferiorità perché è alle dipendenze dell’adulto e per liberarsi usa l’aggressività che svolge una funzione positiva nella maturazione umana. Se viene ostacolata questa creerà un vero e proprio complesso di inferiorità, quindi la persona sarà o eccessivamente insicura e sottomessa o ostile e aggressiva distruttiva; è l’educazione ad influire sugli effetti futuri della carica aggressiva.

Fromm analizza l’aggressività maligna come prodotto sociale. Egli è uno psicanalista esponente della scuola di Francoforte. La sua teoria sull’aggressività mescola l’idea psicoanalitica con la teoria critica della società di matrice francofortese: l’aggressività è originata da fattori sociali e culturali e l’individuo è distorto nella sua natura, in quanto vittima del consumismo, dei mass media e della mercificazione.
Egli distingue tra aggressività benigna e maligna, la prima ha basi biologiche, è tesa all’adattamento, all’ambiente e all’autodifesa, mentre la seconda mira alla distruttività e alla malignità fine a sé stessa; essa è tipicamente umana ed è un prodotto della cultura della società in cui l’uomo vive. L’aggressività maligna, non avendo origine istintiva, può essere estirpata. Bisogna eliminare il consumismo, la noia, l’alienazione affinché l’uomo non sia attratto dalla morte.
L’aggressività benigna, se eccessiva, acquista valori negativi e, siccome è istintiva, non può essere eliminata, ma tenuta sotto controllo.
È necessario che la persona viva tranquillamente lontana dalle minacce e dell’avidità del consumismo e che infine siano aboliti i rapporti gerarchici e che sia garantito un cambiamento strutturale della società.
L’AGGRESSIVITA SI IMPARA? Secondo il comportamentismo sì (lo affermano anche studi sul condizionamento sociale di Patterson e Bandura).

EDUCARE AI MEDIA

LA SVOLTA DEGLI ANNI SETTANTA : IL RAPPORTO MC BRIDE

Si è posto il problema, a partire dagli anni Settanta, di educare ai media; l’UNESCO espone, attraverso il rapporto McBride, i problemi della comunicazione nel mondo e espone direttive sull’educazione ai media. È necessario in primo luogo che si introduca l’educazione ai media a scuola, ma questo passo non è così semplice; esistono vari ostacoli da superare.

OBIETTIVI DELL’EDUCAZIONE AI MEDIA

L’educazione ai media può avere diverse finalità a seconda degli orientamenti pedagogici:
- rendere i fruitori intelligenti e critici: nei confronti delle tecnologie di comunicazione, accostandosi ai media con spirito analitico e critico. Secondo il rapporto questo è il fine primo dell’educazione ai media. Ai media deve essere affidata la valenza intellettuale che è tipica della tradizione scolastica, basata sull'analiticità, l’approfondimento delle questioni e la sistematicità;
- Favorire la resistenza delle culture più deboli: l'educazione ai media può far si che le culture più deboli resistano all’impatto della globalizzazione, affinché possano conservare il loro patrimonio culturale e di tradizioni;
- Seguire lo sviluppo della nuova cultura: l’educazione deve essere in grado di insegnare a padroneggiare i nuovi modi di elaborare i prodotti intellettuali attraverso l’uso delle nuove tecnologie;
- Agevolare la democratizzazione dell’uso dei media e del sapere: l’educazione può favorire l’accesso alle tecnologie della comunicazione di persone che hanno difficoltà; con questa si possono combattere le disuguaglianze che la diffusione dei media ha portato. L’educazione ai media è un mezzo per svecchiare l’insegnamento tradizionale ed è basata sul dialogo e meno sulla trasmissione del sapere precostituito dagli insegnanti.

COME OPERARE IN CONCRETO?

Le riflessioni sui media hanno portato ad elaborare un piano formativo da seguire, l’educazione hai media dovrebbe articolarsi in tre livelli:
- Funzionamento dei media: studiare il funzionamento di questi sul piano tecnologico, semiotico e psicologico per codificarli e decodificarli;
- Realtà socio-culturale dei media: studio dei media come fenomeno storico culturale in cui si è inevitabilmente coinvolti.
- Arte dei media: attività che consente di realizzare prodotti, un'educazione all’immagine che punta a sviluppare un linguaggio diverso dall’orale e dallo scritto.

NUOVE PROSPETTIVE

Il paradosso delle life skills, secondo cui non basta educare le persone all’uso dei media, bensì occorre rendersi conto che questi, insieme ad altri fattori, creano bisogni formativi che non c'erano e resistenze a questi bisogni. Dal momento che i media smettono di essere un problema diventano una risorsa per la transizione.

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