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Compagnia di Gesù- il maestro e la disciplina


I gesuiti attribuivano molta importanza alla figura dell’insegnante. I maestri dovevano farsi rispettare, amare, temere dagli alunni. Per arrivare a questo dovevano apparire ai ragazzi sempre degni di essere ascoltati. Dovevano entrare in classe dopo aver meditato e preparato la lezione; non dovevano citare autori o testi non conosciuti direttamente; dovevano esercitare un costante autodominio, cioè non lasciarsi andare né a esplosioni d’ira né a eccessiva confidenza; dovevano dimostrare di tendere soprattutto al bene degli alunni castigandoli solo quando era strettamente indispensabile. Senza dubbio erano maestri preparati e impegnati, ai quali però non era richiesto spirito d’iniziativa né originalità. Non dovevano affrontare argomenti non previsti dai programmi; dovevano usare poche citazioni e preferibilmente appoggiarsi alle frasi dei pontefici, dei Concili o dei Padri della Chiesa. Gli insegnanti di filosofia non dovevano mostrare simpatie per le posizioni filosofiche fontane dall’ ortodossia cristiana; dovevano armonizzare il loro insegnamento con quello degli insegnanti delle classi precedenti, sia per la disciplina sia per lo studio, non dovevano discostarsi dalle disposizioni del Rettore e del Prefetto dai quali erano costantemente controllati.
La vita nei collegi della Compagnia di Gesù non era particolarmente pesante: la Ratio prevedeva di non aggravare troppo gli studenti intercalando il lavoro con adeguati periodi di riposo e ricreazione. Accanto alle declamazioni, alle dispute, agli spettacoli teatrali c’erano anche giochi ed esercizi sportivi. I gesuiti contavano molto sullo spirito di emulazione: fattività scolastica era basata sulle gare (fra singoli ragazzi e fra gruppi). Ogni scolaro aveva il proprio “antagonista” che lo spiava ed era pronto a metterne in rilievo errori e colpe e nei riguardi del quale egli faceva altrettanto. I risultati delle gare erano resi visibili da premi, onorificenze, coccarde, distintivi, diplomi, posti d’onore per i bravi e posti d’infamia per gli sconfitti. Come si è visto, anche la didattica era molto basata sulla disputa e sulla declamazione in pubblico, che miravano a sviluppare lo spirito competitivo in vista delle future lotte che gli alunni, una volta divenuti adulti, avrebbero dovuto sostenere con gli avversari, specialmente sul piano religioso.
Le scuole dei gesuiti ricorrevano anche a misure repressive, per esempio il pensum, cioè una quantità di lavoro in più da svolgere entro un certo tempo, le punizioni corporali (inflitte non da un religioso ma da un servo laico), la vigilanza continua e reciproca e la delazione: gli alunni sapevano di essere continuamente spiati dai compagni, la denuncia dì qualche atto negativo era apprezzata. Sia nella Ratio che nelle Costituzioni si richiedeva una “moderata obbedienza”, necessaria in ogni collegio, in realtà i margini di libertà erano ridottissimi. L’obiettivo non era di promuovere lo sviluppo autonomo delle potenzialità individuali, ma di ottenere che tutti la pensassero alla stessa maniera, almeno sulle questioni fondamentali. I Gesuiti non erano interessati alla diffusione dell’educazione su vasta scala, quanto piuttosto alla preparazione della classe dirigente.
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