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Gli intellettuali positivisti italiani nel campo delle scienze umane

Come in altre nazioni europee, anche in Italia si costituì una comunità scientifica di orientamento positivista che rivendicava un forte richiamo all’efficacia del metodo scientifico e il rifiuto di ogni interferenza di concezioni metafisiche e religiose nell’ambito della scienza.
Una figura importante fu Gian Domenico Romagnosi (1761-1835): notaio e studioso di diritto, impegnato sul piano civile, politico e patriottico, collaborò alle riviste più importanti del suo tempo, come il «Conciliatore» e l’«Antologia». Scrisse alcune opere sul tema della conoscenza: Che cos’è la mente sana? Indovinello massimo che potrebbe valere poco o niente (1827) e Vedute fondamentali sull'arte logica (1832), dove si interrogava sui meccanismi della conoscenza e della niente partendo da una prospettiva positivista, in quanto proponeva uno studio rigoroso e sperimentale dei fenomeni psichici.
Un esponente del pensiero laico risorgimentale fu Carlo Cattaneo (1801-1869): milanese, insegnante di grammatica e retorica al liceo, allievo di Romagnosi che dal 1822 lo chiamò a collaborare alla rivista da lui fondata «Annali universali di statistica». Cattaneo criticava l’innatismo e, seguendo John Locke, credeva in un sistema di pensiero fondato sull’esperienza e collegato alla realtà sociale. Nel 1844 scrisse Considerazioni sul principio della filosofia dove riportò le sue ricerche etnografiche, linguistiche, economiche davvero innovative per la cultura italiana del tempo. L’opera dimostra una grande apertura intellettuale, poiché l’autore si schierava su posizioni antirazziste e scriveva che nessun popolo si poteva dire superiore agli altri o poteva procedere isolato nel mare delle combinazioni delle civiltà. Cattaneo esprimeva una concezione positivistica della filosofia, intesa come nesso comune di tutte le scienze e come collegamento metodologico necessario tra le discipline. L’opera Un invito agli amatori della filosofia (1857), considerata come il manifesto del Positivismo italiano, riprendeva e approfondiva l’interpretazione metodologica della filosofia che doveva colmare la distanza che la separava dalla scienza.
Enrico Morselli (1852-1929), direttore dell’ospedale psichiatrico di Torino, docente all’Università di Genova, fu autore di numerose opere di antropologia, psichiatria, psicologia sperimentale nelle quali faceva suo il pensiero positivista e lo declinava nelle varie discipline. Cesare Lombroso (1835-1909) applicò il metodo positivista a un settore disciplinare che egli stesso definì “antropologia criminale’’. Docente all’Università di Pavia e a quella di Torino, scrisse varie opere di grande successo, tra cui Genio e follia (1864), L'uomo delinquente studiato in rapporto all’antropologia, alla medicina e alle discipline carcerarie (1876), Ricerche sui fenomeni ipnotici e spiritici (1909). Questi scritti nascevano propriamente dalla correlazione fra la pratica criminale e i caratteri somatici e psicologici che Lombroso osservava soprattutto all’interno degli ospedali militari e delle carceri e che lo portarono a formulare la teoria che la personalità criminale fosse facilmente determinabile in base ad alcune costanti ereditarie, espresse nel volto e nei comportamenti’. Fra ì pedagogisti ricordiamo Aristide Gabelli (1830-1891), di cui parleremo più avanti, e Andrea Angiulli. Nato nel 1837 in provincia di Bari, Angiulli studiò all’Università di Napoli e poi visse e studiò per diversi anni a Berlino dove si formò una mentalità aperta alle nuove idee positiviste. Tornato in Italia, ebbe la cattedra di antropologia e pedagogia a Bologna e poi fu docente di pedagogia e filosofia teoretica all’Università di Napoli. Morì nel 1890. Angiulli aveva aderito alle idee del Positivismo nel 1868, durante la sua permanenza all’estero, scrivendo La filosofia e la ricerca positiva, nella quale riconosceva il valore della scienza anche per la pedagogia e accoglieva la concezione evoluzionistica della natura. Per Angiulli la pedagogia era una scienza naturale e sociale allo stesso tempo, che doveva tenere conto della base biologica e antropologica dei soggetti in educazione e degli aspetti sociologici (l’ambiente di vita, la provenienza sociale ecc.), nella quale la filosofia doveva avere una funzione di raccordo sistematico fra le varie scienze necessarie a costruirla. Riteneva che attraverso un’educazione fondata sulla scienza, sia nel metodo sia nel contenuto, poteva essere data unità alla mente e coerenza ai comportamenti.
Angiulli riconosceva alla pedagogia un significato politico e auspicava che ci fosse una maggiore collaborazione fra l’attività dello Stato e la pedagogia per risolvere i problemi sociali.
Fra gli storici, ricordiamo Pasquale Villari (1826-1917) che, attraverso una metodologia storiografica positivistica, analizzò le difficili condizioni del Mezzogiorno e i problemi culturali e sociali dell’Italia unita.
Diversi positivisti italiani aderirono alle concezioni evoluzioniste, diffuse tramite la ricerca di Charles Darwin e la sistematizzazione filosofica di Herbert Spencer, adottando una filosofia della natura evolutiva. Il maggiore esponente fu Roberto Ardigò (1828-1920): di formazione religiosa, sacerdote per vent’anni, nel 1871 abbandonò la fede e divenne professore di liceo e incaricato di storia della filosofia all’Università di Padova. Nelle sue opere affrontò temi relativi a tutte le scienze umane, dalla psicologia alla sociologia alla pedagogia. Ricordiamo La morale dei positivisti (1879), La scienza dell’educazione (1893). Con Ardigò nacque in Italia la psicologia scientifica, che faceva propria l’affermazione positivistica della centralità del fatto e seguiva una prospettiva pedagogica. Fra i suoi allievi ricordiamo Giovanni Marchesini (1868-1958), fondatore della «Rivista di filosofia, pedagogia e scienze affini» (1900-1908), autore di numerose opere tra le quali La crisi del positivismo e il problema filosofico (1898) e Le finzioni dell'anima (1905).
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