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Il metodo positivo

Gabelli riteneva che il metodo d’insegnamento si dovesse basare sull’esperienza diretta, cioè riteneva che i maestri riservassero ai fatti e alle cose la precedenza sulle parole e sui concetti. Con una visione positivista dell’educazione, riteneva che l’indirizzo da imprimere alle menti fosse non tanto l’introspezione, la ricerca in se stessi di una verità universale, ma l’osservazione paziente, razionale, organica dei fatti attraverso i quali si possono costruire verità solide.
L’elaborazione del suo pensiero più propriamente pedagogico avvenne tra il 1868 e il 1888. Nel saggio l’Educazione vecchia e la nuova, scritto sotto forma epistolare, mise in evidenza tutti i difetti che riscontrava nell’educazione: il dogmatismo, il nozionismo, il distacco dalla vita reale.
Nella presentazione dei nuovi programmi per le scuole elementari del 1888, ricompose in modo concreto e organico i principi che aveva elaborato nel corso degli anni. Gabelli stesso considerava come il punto maturo del suo pensiero la relazione che lesse al Congresso pedagogico del 1880, pubblicata col tutolo Il metodo di insegnamento nelle scuole elementari d’Italia.

Il processo educativo e il rapporto con il maestro

La necessità di adattare l’insegnamento alle capacità e alle attitudini proprie dell’età infantile lo portò a intendere in modo diverso anche il rapporto tra maestro e scolaro nel processo educativo. Secondo Gabelli i maestri erano interessati solo a far penetrare nella testa degli alunni le cose che conoscevano loro stessi e, in più, con gli stessi metodi coi quali quelle cose erano state insegnate a loro. Per Gabelli tutto questo andava cambiato: era necessario che ciascuno si formasse le proprie idee, guadagnandosele con pazienza, con impegno, senza salti che facessero perdere la volontà di imparare, seguendo la propria natura e le proprie inclinazioni.
Per i pedagogisti positivisti, il metodo corretto era il procedimento induttivo. Gabelli, dalle sue ricerche empiriche, aveva dedotto che nei bambini piccoli la conoscenza, per tutto il tempo che precedeva l’inizio della scuola, si formava attraverso i sensi e la fantasia. Le sue osservazioni lo portarono a concludere che i bambini imparavano moltissime cose fuori dalla scuola soprattutto giocando. Il gioco è un’azione in cui si fondono sensi e fantasia, gli strumenti più naturali di apprendimento per i ragazzi. La scuola doveva, quindi, saperli sfruttare. Come l’esperienza sensibile doveva correggere, secondo Gabelli, gli errori di un’istruzione verbalistica, cattedratica e astratta, così l’introduzione del gioco e del lavoro doveva servire a formare l’abitudine all’attività pratica.
Il fare è lo stimolo più naturale per pensare. Il pensiero comincia dalle ipotesi, dal problema pratico da risolvere, che compie il suo itinerario completo giungendo a delle azioni. Per questo arrivava a delineare una vita scolastica in cui l’insegnamento diretto fosse ridotto all’essenziale, basato su un interesse spontaneo degli scolari, in cui venisse data loro la possibilità di esercitare i sensi, la fantasia, la capacità di sottoporsi dubbi e problemi e risolverli nella concretezza del fare. A ogni materia d’insegnamento dava un’impostazione nuova, introduceva nei programmi occupazioni nuove, come canto, disegno, gioco, lavoro.
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