Positivismo

La cultura europea della seconda metà dell’Ottocento fu dominata dal Positivismo, un indirizzo di pensiero nato in Francia. Il termine era stato coniato nel 1820 dall’utopista Saint-Simon per indicare un metodo di conoscenza della realtà modellato sulle scienze positive (matematica, fisica, scienze naturali) e basato sull’osservazione dei fenomeni reali, concreti, e sul principio della verifica della teoria con la prova dei fatti. Più tardi il termine finì per estendersi a tutti gli altri campi del sapere.
La cultura positivista considerava l’arte come una rinnovata esigenza di realismo nella quale l’intellettuale aveva un’illimitata fiducia nella scienza e nel progresso. Alla religiosità romantica si affiancò la fiducia nella ragione che portava all’applicazione del metodo scientifico alla conoscenza della società e dell’uomo e alla nascita delle scienze sociali come la sociologia, la statistica e la psicologia. Il termine “positivismo” assunse un significato filosofico con Comte, che lo utilizzò per designare una fase evolutiva dell’umanità in cui questa aveva superato lo stadio teologico-metafisico approdando allo stadio scientifico, positivo appunto. Qui l’uomo non ha più cominciato a chiedersi il perché delle cose, quanto il come, a studiarne dunque i rapporti di causa-effetto e a formulare leggi che cerchino di comprenderle. Questo stadio positivo era destinato a realizzarsi non appena il metodo scientifico si fosse esteso a tutti i campi del sapere, in particolare alla sociologia. D’altronde compito della filosofia positiva era proprio unire tutti i risultati delle scienze in un’unica scienza della società, la sociologia appunto.
Un rilievo speciale nell’ambito del pensiero positivista assunse la teoria dell’evoluzione della specie per selezione naturale del biologo e naturalista Charles Darwin, il quale giunse ad affermare che le specie tendono a modificarsi per variazioni casuali che intervengono a livello individuale e che solo l’ambiente determina il vantaggio o lo svantaggio di esse. Dunque sopravvivono le specie più forti e resistenti, caratterizzate da variazioni più vantaggiose rispetto al proprio ambiente, mentre quelle più deboli vengono eliminati. I sopravvissuti trasmettono il loro corredo genetico ai loro discendenti, così che la specie nel complesso si modifica. La specie umana pertanto poteva considerarsi il risultato di una selezione naturale determinata da una serie di variazioni casuali avvenute nell’ambito di una specie di scimmie, i primati. Questa teoria fece molto scalpore non solo fra teologi ma anche nell’opinione pubblica in quanto metteva in discussione il principio della creazione divina, ma venne anche ripresa per spiegare ad esempio le relazioni in campo sociale tra le classi sociali e i popoli, giungendo dunque a spiegare il trionfo delle aristocrazie sulle masse.
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