Conte
Presidente del Consiglio Giuseppe Conte

Quasi per un soffio la maggioranza sembra tenere ma non è chiaro se potrà essere decisiva: infatti, d’ora in avanti, basteranno i voti contrari del gruppo di Italia Viva (che nel voto di fiducia si è astenuto) per rigettare in aula i provvedimenti di questa nuova maggioranza relativa. Ammesso che in aula ci arrivino visto che, soprattutto al Senato, in alcune Commissioni la maggioranza sulla carta non ci sarebbe già. La tensione politico-istituzionale, dunque, non è ancora finita; semmai è appena iniziata: il tempo stringe e bisogna correre abbastanza velocemente per mettere insieme una maggioranza più forte. Interessante perciò capire cosa succederà adesso, quali sono le prossime mosse e cosa possiamo aspettarci.

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    Facciamo qualche passo indietro: i due voti di fiducia - alla Camera e al Senato degli scorsi - erano stati ‘innescati’ dalle dimissioni dalla compagine governativa delle due ministre (Bonetti e Bellanova) e del sottosegretario (Scalfarotto) di Italia Viva. Votazioni che sono state precedute da una ricerca di “responsabili” per la quale si sono mobilitati da destra a sinistra, compresi alcuni veterani della politica (come Clemente Mastella e Goffredo Bettini).

    La fiducia alla Camera e al Senato

    Così dopo ore di chiamate incessanti, con al centro la prospettiva di un allargamento della maggioranza (con probabili promessi di posti da Ministro o da Sottosegretario), si è arrivati a lunedì 18, quando il Premier riesce ad ottenere alla Camera dei deputati la maggioranza assoluta, con ben 321 voti. Il regista dietro il successo di questo voto è stato sicuramente Bruno Tabacci che ha portato al Governo tutti i voti del suo Centro democratico. Alla tenuta della maggioranza hanno però contribuito anche il Maie (gli eletti all’estero) con ben 3 voti, il gruppo Misto con ben 8 voti (di cui 7 ex grillini che sono stati espulsi o hanno abbandonato il Movimento 5 Stelle) e l’ex governatrice del Lazio Renata Polverini, che con la sua mossa ha di fatto abbandonato Forza Italia.
    Tutt’altra storia martedì 19 al Senato, dove si sapeva già che la maggioranza sarebbe stata più risicata (e neanche così scontata). Solo i voti favorevoli dei tre senatori a vita (Liliana Segre, Elena Cattaneo e l’ex premier Monti), a cui si sono aggiunti all’ultimo secondo utile quelli dei senatori Nencini e Ciampolillo (inizialmente fuori tempo massimo e poi ammessi al voto solamente dopo aver visionato i filmati delle votazioni: “grazie al Var”, come si è sentito scherzosamente dire nei corridoi di Palazzo Madama) hanno salvato il Presidente del Consiglio: alla fine sono stati 156 i voti a favore del Governo, maggioranza sì ma relativa.

    Perché la fiducia al Senato è relativa?

    Ma com’è possibile che Conte possa andare avanti anche senza una maggioranza assoluta? E’ un’eventualità prevista dall’articolo 64 della Costituzione italiana, che stabilisce le maggioranze necessarie affinché le Camere possano deliberare validamente. Esistono, infatti, due soglie diverse:
  • Maggioranza assoluta: consiste nella metà + 1 dei membri che compongono ciascuna Camera. Questa maggioranza è necessaria per l’adozione di alcuni atti particolarmente importanti, tra cui non rientra però la fiducia al Governo;
  • Maggioranza relativa: si ottiene con il numero corrispondente alla metà + 1 dei membri di ciascuna Camera che risultino presenti in aula (come accaduto in questa occasione);
  • Maggioranza qualificata: corrisponde ai due terzi o ai tre quinti dei componenti delle Camere. Viene richiesta per decisioni di grande rilievo come, per esempio, nei primi tre voti per l’elezione del Presidente della Repubblica.
  • La maggioranza relativa dipende quindi dal numero dei parlamentari presenti in aula al momento della deliberazione. La Costituzione prescrive comunque che in aula vi sia sempre un numero minimo di presenti, corrispondente alla maggioranza (metà + 1) dei componenti la Camera: il cosiddetto numero legale.

    Conte da Mattarella? Il ruolo del presidente della Repubblica e possibili scenari

    E ora, il premier Conte cosa farà? E’ previsto che si rechi al Quirinale per illustrare a Mattarella come intende muoversi. Anche se, formalmente, questo è un passaggio non richiesto. Secondo la Costituzione, infatti, avendo avuto la fiducia del Parlamento il premier potrebbe anche non salire al colle; questo entra in gioco solamente quando viene meno il rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo e si rende quindi indispensabile per dare o meno un nuovo incarico di Governo. Ma, vista la debolezza dei numeri, uno scambio di idee con il Presidente della Repubblica è quantomeno consigliato.
    Uno dei temi che potrebbe essere affrontato durante il colloquio tra il premier e Mattarella è quello del rimpasto: ci sono infatti due poltrone, lasciate vuote dalle ministre renziane, da riempire ed è anche possibile che i due nomi vengano scelti di comune accordo. Il Presidente del Consiglio ha però anche ribadito più volte in questi giorni l’intenzione di fare un patto di legislatura. Ciò vuol dire che la maggioranza di governo si allarghi o cambi (e con essa la composizione della squadra dei Ministri). Non è esclusa quindi, già nelle prossime ore, la convocazione di un vertice di maggioranza. Subito dopo, per Conte, sarà essenziale mettersi al lavoro per far approvare il Recovery Plan, lo scostamento di bilancio. Parallelamente, sarà indispensabile ricercare altri “responsabili” per rafforzare ulteriormente una maggioranza ballerina.
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