Francesco Bertoldi
Autore
Bandiera greca, lente di ingrandimento e cartina geografica

La Grecia ha preso una decisione che sta facendo discutere: oltre 300mila studenti fuori corso sono stati esclusi dagli elenchi universitari. Si tratta di quasi la metà dell’intera popolazione studentesca del Paese. 

L’annuncio è arrivato dal Ministero dell’Istruzione venerdì scorso e riguarda gli iscritti alle università pubbliche che avevano iniziato corsi di laurea quadriennali prima del 2017 senza risultare più attivi. Tra loro, solo circa 35mila studenti sono riusciti a rinnovare l’iscrizione, evitando la cancellazione.

Una scelta drastica, figlia di una riforma discussa da mesi, che segna la fine di un modello molto diffuso in Grecia: quello dell’“apprendimento permanente”, che permetteva di mantenere lo status di studente anche dopo lunghi periodi di inattività legati a lavoro o difficoltà personali. Ora quel sistema è stato vietato per legge. 

L’obiettivo dichiarato dal Governo è rendere più efficiente e competitivo il sistema universitario. Ma le conseguenze sociali e politiche sono tutt’altro che marginali.

Indice

  1. Chi è stato cancellato e perché
  2. Le ragioni della scelta: efficienza e qualità accademica
  3. Le critiche: il rischio di penalizzare i più fragili
  4. E se accadesse in Italia?

Chi è stato cancellato e perché

Il provvedimento colpisce esclusivamente gli studenti fuori corso storici: iscritti ai corsi di primo livello quadriennali prima del 2017 e ormai inattivi. Secondo i dati ufficiali, la misura ha quasi dimezzato la popolazione universitaria greca, che nel 2024 contava circa 350mila studenti attivi distribuiti in 25 atenei pubblici.

La ratio, dietro la decisione, è quella di superare definitivamente una prassi che consentiva iscrizioni “congelate” per anni, senza un reale avanzamento nel percorso di studi. Una flessibilità che, per il Governo ellenico, non è più compatibile con un sistema universitario moderno.

Le ragioni della scelta: efficienza e qualità accademica

Dal punto di vista dell’Esecutivo, gli studenti inattivi non pesavano direttamente sui bilanci, ma generavano complessità amministrative e distorsioni nella programmazione. 

Il viceministro dell’Istruzione, Nikos Papaioannou, ha spiegato che gli elenchi aggiornati permetterano alle università di pianificare meglio corsi, investimenti e risorse, migliorando anche i criteri di valutazione nelle classifiche internazionali.

Sulla stessa linea si pone la ministra dell’Istruzione, Sofia Zacharaki, esponente del partito di centrodestra Nuova Democrazia, che ha rivendicato una visione netta: “Lo status di studente non è valido per tutta la vita in nessuna moderna università europea” e i titoli di studio devono riflettere impegno reale, competenze e continuità.

Le critiche: il rischio di penalizzare i più fragili

Le opposizioni – soprattutto dal mondo accademico – contestano però l’impianto della riforma. Il timore è che la cancellazione colpisca soprattutto studenti in difficoltà economica e sociale, che riuscivano a proseguire gli studi solo grazie a percorsi più flessibili e a tempi dilatati.

Il contesto greco rende il dibattito ancora più delicato: le università pubbliche sono gratuite per i cittadini UE e finanziate dallo Stato. Per anni, proprio l’assenza di tasse aveva favorito una concezione “larga” dello status di studente. Oggi, però, il sistema sta cambiando, anche con l’emergere di università private accreditate, segnale di una trasformazione strutturale dell’intero settore.

E se accadesse in Italia?

Ragioniamo per assurdo: possibile che tutto questo accada anche in Italia? La risposta che passa per la via più breve è no, ma cerchiamo di capire il perché.

Il confronto con la Grecia regge solo se si chiarisce una differenza decisiva, altrimenti rischia di sembrare astratto. In Italia una misura simile produrrebbe effetti molto diversi, per tre ragioni che potremmo definire “strutturali”.

Primo: l’inattività non è trattata allo stesso modo. In Grecia lo status di studente poteva durare anni senza esami e senza costi: il fuori corso era soprattutto un dato amministrativo. In Italia, invece, l’inattività è già penalizzata prima di qualunque riforma: tasse che continuano a essere pagate, agevolazioni che si riducono, costi di vita concentrati nelle città universitarie. Qui il sistema non tollera l’inattività, la monetizza.

Secondo: il rischio di selezione sociale è più alto. Cancellare chi è “in ritardo” in un contesto gratuito produce un taglio netto ma neutro dal punto di vista economico. Farlo in un sistema come quello italiano significherebbe colpire studenti che hanno già pagato, spesso per anni.

Terzo: l’impatto sugli atenei. In Italia tempi di laurea e regolarità delle carriere incidono su finanziamenti e valutazioni. Una cancellazione di massa migliorerebbe rapidamente gli indicatori, certo, ma non è affatto scontato che migliori la qualità della didattica. Anzi. 

In sintesi: la Grecia ha eliminato uno status che costava poco allo studente e molto alla macchina amministrativa. In Italia, invece, si rischierebbe di eliminare studenti reali, dopo anni di costi già sostenuti, oltre a diminuire (di molto) le entrate delle università.

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