Non è solo fango, non è solo asfalto che si spacca. A Niscemi, in queste ore, sta franando qualcosa di molto più profondo: la dignità di una comunità che, oltre al danno della perdita, deve subire anche l'insulto del pregiudizio.
Mentre le immagini del disastro fanno il giro dei social, si è scatenata la solita, prevedibile gogna mediatica: quella del "ve la siete cercata", del "chi costruisce sullo strapiombo non può lamentarsi".
Ma la realtà, vista da chi in quelle strade ci è nato e cresciuto, ha un sapore decisamente diverso. Lo sfogo di una cittadina su Facebook, diventato virale in poche ore, mette a nudo la distanza siderale tra il giudizio sommario da tastiera e la verità dei fatti.
Il mito dello "strapiombo" e la realtà del vissuto
"Dov'è lo strapiombo?", chiede provocatoriamente la donna, invitando tutti a guardare le foto del prima e del dopo. Per chi non conosce Niscemi, è facile immaginare case aggrappate abusivamente a pareti verticali. La realtà descrive invece quartieri urbanizzati, strade vissute, infrastrutture su cui lo Stato ha investito e incassato tasse per decenni.
Il post attacca frontalmente il "qualunquismo" e un certo "odio per il Sud" che tende a liquidare ogni disastro idrogeologico come frutto di ignoranza o abusivismo. Non è imprudenza, si legge nello sfogo, è abbandono.
La Geologia come alibi o come accusa?
Negli ultimi giorni sono circolati articoli che citano studi storici - scrive la siciliana in un commento sotto al post - secondo cui la terra di Niscemi si muoverebbe dal 1790. Un dato che rende ancora più grave la situazione. La risposta della cittadina è infatti una lezione di logica civile: "Se dal 1790 esistono studi, atti notarili, analisi scientifiche che descrivono la fragilità del territorio, allora la domanda non è “perché la gente vive lì?”, ma perché per oltre due secoli si è permesso che si vivesse lì senza una vera messa in sicurezza."
Il punto è centrale. Se il rischio era noto alla scienza, doveva esserlo innanzitutto alle istituzioni. Il ragionamento fila: una comunità non può essere ritenuta colpevole di non conoscere gli studi geologici se non c'è stata una seria informazione e divulgazione, e se le istituzioni "autorizzano, pianificano, costruiscono infrastrutture, incassano tasse, intervengono solo in emergenza" scrive la donna.