Daniele Grassucci
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post della cittadina di niscemi dopo la frana
Post della cittadina di Niscemi

 

Non è solo fango, non è solo asfalto che si spacca. A Niscemi, in queste ore, sta franando qualcosa di molto più profondo: la dignità di una comunità che, oltre al danno della perdita, deve subire anche l'insulto del pregiudizio.

Mentre le immagini del disastro fanno il giro dei social, si è scatenata la solita, prevedibile gogna mediatica: quella del "ve la siete cercata", del "chi costruisce sullo strapiombo non può lamentarsi".

Ma la realtà, vista da chi in quelle strade ci è nato e cresciuto, ha un sapore decisamente diverso. Lo sfogo di una cittadina su Facebook, diventato virale in poche ore, mette a nudo la distanza siderale tra il giudizio sommario da tastiera e la verità dei fatti.

Indice

  1. Il mito dello "strapiombo" e la realtà del vissuto
  2. La Geologia come alibi o come accusa?

Il mito dello "strapiombo" e la realtà del vissuto

"Dov'è lo strapiombo?", chiede provocatoriamente la donna, invitando tutti a guardare le foto del prima e del dopo. Per chi non conosce Niscemi, è facile immaginare case aggrappate abusivamente a pareti verticali. La realtà descrive invece quartieri urbanizzati, strade vissute, infrastrutture su cui lo Stato ha investito e incassato tasse per decenni.

Il post attacca frontalmente il "qualunquismo" e un certo "odio per il Sud" che tende a liquidare ogni disastro idrogeologico come frutto di ignoranza o abusivismo. Non è imprudenza, si legge nello sfogo, è abbandono.

La Geologia come alibi o come accusa?

Negli ultimi giorni sono circolati articoli che citano studi storici - scrive la siciliana in un commento sotto al post - secondo cui la terra di Niscemi si muoverebbe dal 1790. Un dato che rende ancora più grave la situazione. La risposta della cittadina è infatti una lezione di logica civile: "Se dal 1790 esistono studi, atti notarili, analisi scientifiche che descrivono la fragilità del territorio, allora la domanda non è “perché la gente vive lì?”,  ma perché per oltre due secoli si è permesso che si vivesse lì senza una vera messa in sicurezza."

Il punto è centrale. Se il rischio era noto alla scienza, doveva esserlo innanzitutto alle istituzioni. Il ragionamento fila: una comunità non può essere ritenuta colpevole di non conoscere gli studi geologici se non c'è stata una seria informazione e divulgazione, e se le istituzioni "autorizzano, pianificano, costruiscono infrastrutture, incassano tasse, intervengono solo in emergenza" scrive la donna.

 
 
A cura della Redazione di Skuola.net Questo articolo è frutto del lavoro condiviso della redazione di Skuola.net (direttore Daniele Grassucci): un team di giornalisti, data analyst ed esperti del settore education che ogni giorno produce contenuti e approfondimenti originali, seleziona e verifica le notizie più rilevanti per studenti e famiglie, garantendo un'informazione gratuita, accurata e trasparente.
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