Dopo la maturità, università o lavoro? Lo decide il voto di diploma

Marcello G.
Di Marcello G.

Il futuro scolastico (o lavorativo)? È scritto in un voto. Quale? Quello di maturità. Perché il punteggio di diploma è uno spartiacque chiave nella vita dei ragazzi. Chi va bene è più probabile prosegua con l’università, chi esce con sessanta o poco più in genere tende a cercare subito un lavoro. È questo uno dei dati salienti del Rapporto 2019 sulla Condizione occupazionale e formativa dei diplomati di scuola secondaria di secondo grado, realizzato da AlmaDiploma e dal Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, che ha coinvolto quasi 85 mila diplomati del 2017 (un anno dal diploma) e del 2015 (tre anni dal diploma).

Chi prende 100 punta la laurea, con 60 si cerca lavoro

Prendendo, infatti, in considerazione coloro dopo dodici mesi dal diploma non sono iscritti a nessun corso di studi post-maturità ma risultano impegnati in attività lavorative tra i diplomati con voto alto sono il 14,7% mentre tra quelli con voto basso sono il 25,3%. Con un differenziale pari a 10,6 punti percentuale. Una forbice che aumenta col passare del tempo: a tre anni, le quote di quanti lavorano è basta sono rispettivamente 18,3% e 31,6%, con un differenziale di 13,3 punti percentuale. Di riflesso, la prosecuzione degli studi è una scelta che coinvolge soprattutto i diplomati più brillanti: indipendentemente dalla condizione lavorativa risulta iscritto all’università il 75,6% di loro (rispetto al 57,1% di quelli con voto basso). Un dato stabile negli anni: dopo un triennio, la decisione di dedicarsi allo studio coinvolge ancora il 74,6% di chi ha avuto una votazione elevata alla maturità (tra gli studenti meno ‘bravi’ la quota è pari al 58,4%).

Dopo il diploma 2 su 3 s'iscrivono all'università

Più in generale, dopo dodici mesi dal titolo, i diplomati che proseguono la propria formazione e risultano iscritti ad un corso di laurea sono il 66,8% (il 51,1% ha optato esclusivamente per lo studio, il 15,7% frequenta l’università lavorando). Il 19,8%, invece, ha preferito inserirsi direttamente nel mercato del lavoro. Gli altri? Si dividono tra chi è alla ricerca attiva di un impiego (8,3%) e chi, invece, per motivi vari (formazione non universitaria, motivi personali o l’attesa di una chiamata per un lavoro già trovato), non cerca un’occupazione (5,1%). Quasi scontato che, a tre anni dal diploma, aumenti la quota di occupati: è dedito esclusivamente al lavoro il 24,6% dei diplomati, mentre il 20,4% è impegnato contemporaneamente nello studio e nel lavoro, il 46,6% infine si dedica esclusivamente agli studi. Limitata la parte restante: il 5,3% è alla ricerca attiva di un impiego, mentre il 3,4% non cerca un lavoro.


Dal liceo all'università il passo è breve, ai tecnici e professionali molto meno

Ma il dato non è omogeneo tra tutti i tipi di studenti. Nella scelta di quale strada intraprendere subito dopo la maturità, un ruolo decisivo è svolto dall’indirizzo da cui si esce. La quota di diplomati dediti esclusivamente allo studio universitario è nettamente più elevata tra i liceali (67,1%) rispetto ai diplomati dei tecnici (37,3%) e dei professionali (14,3%). E la quota di liceali che studiano all’università risulta assai elevata anche alla fine del triennio: 59,6%, rispetto al 33,4% dei tecnici e al 15% dei professionali.
Erano già convinti tra i banchi della scuola secondaria di secondo grado di volerla fare? Sì. Alla vigilia dell’Esame di Stato 2017, l’87,1% di chi aveva dichiarato di volersi iscrivere all’università ha successivamente confermato le proprie intenzioni. All’opposto, l’8,4% ha cambiato idea.
La quota di chi ha rivisto le proprie scelte, come ci si poteva attendere, è decisamente consistente tra i diplomati professionali (34%) e i tecnici (14%). Ripensamenti che, al contrario, sono minimi tra i liceali (4,7%).

Anche il contesto famigliare fa la differenza

C’è, però, un’altra variabile che incide sulla probabilità di proseguire gli studi: è il contesto socio-economico e culturale della famiglia d’appartenenza. L’iscrizione all’università è nettamente più frequente fra i diplomati (del 2017) appartenenti ad ambienti economicamente più favoriti: 81,6% rispetto al 52% dei giovani provenienti da famiglie meno favorite. Così come il titolo di studio dei genitori influenza non poco le scelte formative dei giovani: l’84,6% dei diplomati provenienti da famiglie in cui almeno un genitore è laureato ha deciso di andare all’università.
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