Ti racconto com'era andare a scuola negli anni ’80

bacio converse

Ricordo il corpo insegnante della mia scuola pubblica. Sapete, avevamo un detto: chi non sa far niente insegna e chi non sa insegnare insegna ginnastica. Quelli che neanche la ginnastica, credo li destinassero alla nostra scuola.”
Woody Allen, Io e Annie -

bacio converse

Beh, per fortuna nell’Italia degli anni ottanta non era esattamente così, anche se i docenti, salvo qualche raro appassionato che teneva il passo del cambiamento sommerso che era in atto, non andavano oltre il “compito istituzionale” di trasmettere agli allievi il dovuto, lo stretto necessario del Sapere.
Certo noi non gli rendevamo la vita facile. Oggi al massimo i ragazzi si distraggono un po’ col cellulare o con il tablet, noi invece eravamo un continuo entrare in ritardo, e fin qui niente di diverso, ma l’entrare in ritardo nel cambio tra una materia e l’altra era quasi sempre dovuto al proseguimento della partita di calcetto che iniziava (quella sì puntualmente) già la mattina prima di entrare… Praticamente erano le lezioni a fare da Time out, 20 minuti di partita e circa 40 minuti di aula. Io poi avevo una classe tutta maschile. Vi lascio immaginare il fragore della stanza inebriata da sudorazioni di tutti gusti e condita dal tanfo delle All Star o delle L.A. Trainer (sneakers, che sicuramente già saprete, ma in Italia arrivarono proprio in quegli anni, e che noi portavamo fino a fonderle in un tutt’uno con i piedi).

Grande attenzione poi era rivolta alla ricreazione che dai quindici minuti previsti diventava di almeno 40 minuti, a fare cosa?
Partitone, of course!

Poi c’erano gli scherzi, ah, quelli non potevano mancare quasi mai. Ce n’erano tra allievi e allievi (all’epoca, Alunni) e tra allievi e professori!
Dai cartoccetti con la cerbottana ai chicchi di riso sparati con la Bic, dalle secchiate d’acqua col secchio messo sopra la porta alle battaglie col cancellino, fino ai più estremi come gli insulti sul diario mettendo la firma di un altro per creare furibondi litigi o far bere la pipì da una lattina di Fanta ecc ecc.

E si, crudeli gli anni ottanta ma del bullismo come quello dell’era recente, a scuola non se ne vedeva l’ombra, al massimo solo nelle caserme militari, altra cosa della quale i ragazzi di oggi non sanno nulla, o quasi, e che magari tratteremo in un altro articolo.
La crudeltà dicevamo, effettivamente trovò una sua collocazione ben definita, e fu nella Moda!

La moda non dice: “siete come i vostri abiti”, ma “siete i vostri abiti”. L’intuizione di Roland Barthes in questo senso è fondamentale; le linee sinuose della mannequin sulla passerella non stanno là ad indicare il corpo, ma il vestito.
È l’inversione di un significato molto profondo
. Non è un caso che proprio negli anni ‘80 i ragazzi ‘erano’ i vestiti che portavano, e forse le cose non sono mai cambiate, i vestiti sono ancora le persone.

All’epoca però se arrivavi nel tuo edificio scolastico senza uno “straccio” di zaino Invicta, possibilmente modello Jolly, eri praticamente inavvicinabile, come un appestato.
E, regole importantissime:
1. Lo zaino non bastava possederlo, a costo di slogarsi una spalla, dovevi assolutamente portarlo da uno solo dei due spallacci.
2. Lo zaino doveva essere imbrattato da scritte di pennarello inequivocabilmente UniPosca indelebile e riempito da spillette di ogni tipo.

A Roma l’etichetta che lo sfortunato di turno prendeva se non si omologava era il nome di Soggetto o, peggio, Faggiano!

La Vestizione

A dominare la scena sono i colori fluo, le spalline e i jeans a vita alta. Tutto viene portato all’eccesso e, forse per la prima volta, le icone di stile provengono dal mondo della musica, la cui risonanza mediatica è amplificata dalla capillare diffusione dei videoclip. La parola d’ordine è osare. Scegli jeans stretti e a vita alta, meglio se molto simili al celebre modello 501 della Levi’s. Strizza la vita con una cintura, possibilmente El Charro, con borchia o dalla fibbia importante e abbina l’outfit con una semplice felpa, meglio se infilata dentro i pantaloni.

Marinare le lezioni

Oggi purtroppo non si scappa. Il controllo è veramente serrato e la tecnologia, legata al web e all’elettronica, non consente allo studente di sfuggire né dai possibili ritardi, né dalla segnalazione di cattivi voti, o note, e né tanto meno dal tentativo di assenza. Tutto viene riportato in tempo reale al genitore (o tutore) che tramite PC, smartphone o tablet ha la possibilità di visionare tutto ciò che riguarda il ‘comportamento scolastico’ del figlio.
Noi invece avevamo il libretto cartaceo delle giustificazioni, che con una buona firma falsa ci consentiva di gestire in piena autonomia il tutto, le assenze e i ritardi non erano un problema, sempre se non superavano una certa soglia di preallarme.
E come si passava la mattinata senza andare a scuola?
Per chi era di Roma (o di qualche grande città), due erano le scelte. Con una bella giornata si passeggiava al centro con puntata al Mc Donald di Piazza di Spagna (o il Burghy per chi era di Milano) oppure, con condizioni meteo meno favorevoli, e qualche spiccio in tasca, si andava tutti in sala giochi.

Un tempio fumoso regno di cabinet, biliardi e flipper popolato solo da adulti nullafacenti (a Roma ancora oggi si chiamano Bische).
Noi, in zona (quartiere Alberone – Roma), ne avevamo almeno cinque dove intrufolarci quando facevamo sega (al Nord, marinavamo) a scuola e andare a sentirci grandi in mezzo ai bulli del quartiere. Il passo dal videogame al ping pong e dal ping pong al biliardo fu molto breve. Il rischio però era il solito. Vedere cose che non dovevi vedere o, peggio, tua madre che veniva a pistarti (trad.: picchiarti) davanti a tutti, facendoti fare un balzo enorme all’indietro nella posizione della “catena alimentare dei fichetti da strada” che con tanta fatica pensavi d’aver raggiunto.

Verso la fine degli anni ottanta la sfida tra le sale da giochi e gli Home Games entrerà nel vivo. Le console da casa si faranno sempre più performanti e conquisteranno i più ampi spazi di mercato, le sale giochi arretreranno e perderanno la loro centralità nell’industria dell’intrattenimento fino a ridursi a posti bui, mal frequentati e non ben definiti.
Quindi tutto sommato, meglio giocare da casa… ergo, meglio oggi?

Mirco Delle Cese

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