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Uomo in mare, manovra della nave

Quando una persona per un motivo qualsiasi (sbandamento della nave, scivolamento, eccessivo sporgersi da un parapetto, ecc.) cade a mare, la soluzione unica a cui deve tendere, per allungare il più possibile il tempo di attesa per essere salvato, è quella di galleggiare conservando le proprie energie.
Norme pratiche per raggiungere tale scopo possono essere: togliersi le scarpe - gonfiare un capo di vestiario che funga da salvagente - effettuare il galleggiamento a medusa. Questo tipo di galleggiamento consiste nel disporsi sul ventre con il capo rilassato, lasciando pendere braccia e gambe distese in giù e immergendo anche il viso nell’acqua in superficie. L’operazione di respirazione si effettua muovendo le braccia senza sollevarle dall’acqua, alzando leggermente e girando la testa da un lato e, in tale occasione, inspirare, aria profondamente (come suggerisce la tecnica del nuoto a farfalla).
Per quanto concerne la manovra della nave nel caso di uomo in mare non essendovi una regola precisa che stabilisca quale sia la migliore, ne descriviamo qui appresso alcune tenendo presente che il concetto fondamentale, nell’andare al recupero del naufrago, è quello di fare in modo che la nave si disponga al traverso e sopravento al predetto ed ammaini la lancia di sottovento.
Pertanto una manovra è la seguente: fermare subito la macchina, mettere il timone dal lato dove è caduto il naufrago e, quando questi è libero dalla poppa dare macchina tutta forza indietro e a nave ferma ammainare la lancia di sottovento.
Se il naufrago è ben visibile altra manovra potrebbe essere quella di mantenere il timone tutto alla banda dai lato dal quale è caduto il predetto, indi, dopo che questi è pervenuto quasi al centro della evoluzione, regolarsi con il timone per dirigere sul naufrago, affiancandolo sottovento.
Quando non si riesce a vedere il naufrago o a tenere sotto controllo la sua posizione, e ciò o per scarsa visibilità, o per condizioni meteo-marine avverse, si può effettuare la manovra Williamson (accostata Williamson) che ha lo scopo di ricondurre la nave, con rotta opposta, vicino a quella zona di mare in cui è caduto il predetto per le opportune ricerche. Le operazioni in ordine successivo sono: timone alla banda dal lato di caduta fino a che la rotta non si è modificata di 60° circa rispetto a quella iniziale (ad esempio: con RV = 0° con naufrago a sinistra il valore della nuova rotta dovrà essere 300°, per naufrago a dritta 60°); appena si è stabilita sulla nuova rotta si cambia timone mettendolo alla banda opposta. In questo caso la nave, prima che abbia effetto il nuovo angolo di timone, continua ad accostare da quel lato fino a raggiungere circa i 90° di spostamento dalla rotta iniziale; dopo di che effettuerà la sua evoluzione completa che Sa porterà su una rotta opposta a quella iniziale, e la sua distanza dal punto in cui ha. cominciato la manovra sarà circa di un diametro di evoluzione.
Concludendo nelle manovre predette influiscono non poco le condizioni meteo-marine del momento nonché, particolarmente oggi con le aumentate velocità e dimensioni delle navi, le qualità evolutive delle stesse, per cui il predetto angolo di 60° dell’accostata
Williamson può essere aumentato o diminuito secondo il tipo di nave.
Dopo di avere esperito tutte le ricerche possibili e non avendo ottenuto risultato positivo, prima di riprendere la propria rotta, conviene diramare via radio informazione a tutte le navi che si trovino nella zona (o che vi passino) dell’incidente verificatosi nell’eventualità che altri possano rintracciare il naufrago.
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