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Sciur padrun da li béli braghi bianchi

La tradizione dei canti popolari è antichissima e in molti paesi del mondo continua ancora oggi. In Italia, invece, è rimasta viva fino alla fine della seconda guerra mondiale, poi, con la crescente industrializzazione e la diffusione dei mass media, è praticamente scomparsa.
La lingua usata in queste canzoni è quella che la gente comune ha sempre parlato fino a tempi molto vicini a noi, cioè il dialetto.
Fino agli anni Cinquanta del Novecento, in Italia la pulitura delle risaie inondate veniva fatta a mano da lavoratrici stagionali chiamate “mondine”. Era un lavoro molto faticoso: bisognava stare per ore con l’acqua della risaia fino a mezza gamba, morsicate dalle zanzare, piegandosi continuamente per raccogliere le piantine. Anche le condizioni di alloggiamento erano dure e le paghe erano basse. Le mondine cantavano, durante il lavoro, per darsi un ritmo e anche per rincuorarsi.

Ci sono pervenuti numerosi canti di risaia. In Sciur padrun il tono è a metà fra la sfida e lo scherzo: le mondine si rivolgono al signor padrone ben vestito ed elegante, chiedendogli di tirare fuori i soldi della paga; si scusano di averlo fatto “tribolare” dato che era la prima volta che lavoravano alla monda del riso e non sapevano come fare a togliere per bene le erbacce; notano che lui era sempre all’asciutto, sull’argine, a fare osservazioni sulla loro velocità di lavoro. Ora però è l’ultimo giorno; domani ci sarà la paga, poi le mondine riprenderanno il treno per tornare a casa e daranno “tanti baci ai loro fidanzati”, alla faccia del signor padrone.
Questa canzone veniva cantata soprattutto a metà della monda, che durava in tutto quaranta giorni: le ragazze non ne potevano più, e la canzone – allegra e impertinente – sollevava il loro umore. La lingua è dialettale, ma tre strofe (la quarta, la quinta e l’ottava) sono in italiano popolare.

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