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parafrasi di Odisseo e Tersite

Versi 254-295 II libro Iliade


Subito lo investe Ulisse divino, guardandolo torvo
In tal modo insultava all’Atride capo di genti
Tersite; sùbito a lui si fa incontro
Ulisse divino guardandolo torvo
e con dure severe parole lo investe:
“Tersite, lingua insensata, fiato sonoro,
taci; non osare tu solo offendere i prìncipi!
Io dico che un uomo più abietto
di te non esiste fra quanti vennero ad Ilio
insieme agli Atridi; e tu non cianciare
col nome dei re su la bocca ingiuriando:
né tu del ritorno devi darti la briga.
Queste son cose non chiare per noi
ancora; se un bene o un male è per gli Achei
il ritorno noi non sappiamo. A te piace
offender l’Atride Agamennone, capo di genti,
perché molti doni gli fanno i guerrieri
Dànai: perciò lo schernisci tagliente.
Ma una cosa ti dico che avrà compimento:
se ancora ti prendo a dar nel farnetico
come adesso tu fai, la testa di Ulisse
non stia più su le spalle e non possa nessuno
più di Telemaco padre chiamarmi,
se io non ti afferro e ti strappo violento
le vesti di dosso, il manto e la tunica
e quant’altro di sotto ti copre il pudore,
e così ti rimando alle navi piangente
fuori da questo consesso, battuto e infamato”.
E detto così, gli dà con lo scettro alle spalle
e al petto; quello si torce e gli cadono lacrime.
La pelle del dorso si gonfia, sanguina all’urto
dell’aureo scettro. Pauroso e affranto
Tersite sedette, e intorno volgendo
stupido e mesto lo sguardo, il pianto si terse.
E risero tutti di lui, pure se tristi.
E ci fu chi diceva rivolto al vicino:
“Mille cose bellissime ha fatto di certo
Ulisse, e buoni ha dato consigli e sempre
in guerra nobili imprese ha osato; ma questa
è di gran lunga la cosa più bella
che ha fatto fra i Dànai: ha spento
la voce oltraggiosa di questo insolente.
Non sarà più così audace da spingersi
a dire parole d’infamia ai sovrani”

Parafrasi


Ma in un attimo gli fu addosso il divino Ulisse: lo osserva in modo bieco e lo investì rivolgendogli parole molto dure: «Tersite, che parli in modo insensato, anche se hai una voce squillante, basta, stai zitto! E non avere la pretesa di tenere testa in modo solitario ai sovrani. Si, ti dico che non vi è alcuna persona più da poco di te tra quanti sono giunti sotto la città di Troia con gli Atridi. Quindi non devi sempre avere da ridire sui sovrani, e muovere contro di loro insulti, spiando l'ora del ritorno. Non sappiamo nemmeno chiaramente come andranno le cose qui, se torneremo in patria, noi figli degli antichi Greci, in modo felice o no. Ed ecco tu, proprio in questo momento, resti qui a insultare l'Atride Agamennone guidatore di popoli, in quanto essi gli offrono tanti doni, i guerrieri Achei: e non fai altro che insultare con le tue chiacchiere. Però una cosa ti voglio dire e accadrà, stai certo! Fatti cogliere un'altra volta a fare lo stolto qui come hai fatto adesso! Spero che quindi non mi rimanga - a me, Ulisse - sulle spalle il capo (testa), e che non venga più chiamato il padre di Telemaco - se non ti prendo con le mie mani e ti tolgo di dosso gli abiti - mantello, tunica e tutto quanto tu indossi che ti copri le vergogne - e ti mando via dall'Assemblea verso le navi in pianto, dandoti tutta una serie di botte che ti possano umiliare.»
Gli si rivolgeva in questo modo: e con lo scettro gli diede dei colpi sul dorso e sulle spalle. Tersite si piegò contorcendosi, grosse lacrime gli colavano in volto. Dei lividi color sangue iniziarono a vedersi sulla schiena a causa dei colpi dello scettro d'oro. E questi se ne stava rannicchiato, provando una grande paura: e tra le grandi fitte di dolore provate, avendo uno sguardo vuoto, iniziò ad asciugarsi le lacrime. Le altre persone presenti, pur essendo delusi, iniziarono a ridere con gusto. E alcuni di loro dicevano volgendo lo sguardo verso Ulisse:«Oh, sì, di grandi imprese, Ulisse ne ha compiute tante, con le sue ottime proposte in seno al Consiglio e con il riaccednere la lotta sul campo. Ma questo di oggi è l'atto migliore che ha compiuto in mezzo agli Achei: ha fatto stare zitto un calunniatore insolente come Tersite! Certamente, Tersite (lo sfrontato) non avrà più per la mente di inveire, in futuro, contro i sovrani con delle parole offensive.»
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