L’Epopea di Gilgamesh (tav. I – II)


Prologo: Incominciando la sua opera, il poeta parla in prima persona e si pone come narratore di vicende eccezionali, al cui contenuto brevemente accenna. Questo tipo di incipit (inizio) diverrà canonico per tutti i poemi epici successivi. Gilgamesh (è la parola con cui si apre il poema) è presentato come il centro organizzatore della narrazione, che verrà seguito nelle “vie lontane” che “percorse”, nelle “cose segrete” che “scoprì”, nella “completa saggezza” che “raggiunse”. Anche questo modo di procedere assumerà nel tempo la forza di un modello: infatti all’interno del genere epico si distingue la tipologia, assai frequente, del poema costruito intorno a un eroe, filo conduttore tra le tematiche, anche molto varie, che vengono toccate. L’eroe ci viene presentato nel prologo attraverso le sue caratteristiche distintive: costruttore di eccelse fortificazioni, superiore ad ogni altro re, figlio di una dea e di un sovrano anch’egli divino, protezione per i suoi sudditi. È “messo in scena” in una dimensione di straordinaria eccellenza, in un’epoca lontana ricca di nobiltà.

Un’amicizia che nasce dalla lotta: Il giovane re Gilgamesh, pur così ricco di grandi qualità, non è ancora un buon pastore per il suo popolo, che invoca l’aiuto degli dèi. Il guaio sembra essere, se così si può dire, proprio un eccesso di virtù eroiche e guerriere, la smania di reclutare sempre nuovi combattenti per le sue imprese, guerre ed esplorazioni. In questo passo viene raccontata una provocazione da parte di Gilgamesh verso l’intera cittadinanza: vuole arruolare un giovane proprio mentre questi, nella casa del futuro suocero, sta per ricevere la sposa e festeggiare le nozze.

Ma una città ben governata ha bisogno di un re che sappia non solo guidare i suoi eserciti in guerre vittoriose, ma anche garantirle periodi di pace. Solo così può svilupparsi quella che oggi chiameremo “vita civile”; il poeta antico vi allude con esemplificazioni semplici e immediate, che implicano la possibilità, per il guerriero, per il nobile di svolgere anche i fondamentali ruoli familiari, base di ogni civile convivenza. Enkidu, la controparte di Gilgamesh in quanto “uomo naturale”, senza divini progenitori, nato e vissuto vicino agli animali, affrontandolo e vicendolo gli insegnerà la moderazione. Proprio dal duello, e dalla stima di ciascuno dei due verso l’avversario eccezionale, nasce una “virile amicizia”, secondo una mentalità che mette al di sopra di tutto il coraggio fisico e l’eccellenza nella lotta.

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