METAMORFOSI
Pensare da sé
-
«Come la più ricca biblioteca, se è in disordine, non è utile, quanto una
piuttosto modesta, ma ben ordinata; parimenti la più grande quantità di
conoscenze non elaborate a fondo con il proprio pensiero vale assai
meno di una quantità molto minore di esse, che però sia stata pensata
a fondo e da più punti di vista».
A. Schopenhauer, “Parerga e paralipomena”
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Con queste parole, Arthur Schopenhauer introduce il capitolo
ventiduesimo di Parerga e paralipomena. L’intellettuale che
ha affrontato la realtà senza serbare nel proprio cuore alcuna
domanda, sa bene che la complessità del mondo, nella sua
totalità, non può essere racchiusa all’interno di un sistema,
poiché esso non sarebbe in grado di spiegare i fatti in
maniera completa, in maniera, etimologicamente parlando,
coinvolgente. Fa riflettere il modo in cui il pensatore
tedesco, instancabile bibliofilo, si scagli contro la lettura:
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Alessio Giordano 5ªA Liceo delle Scienze Umane “D. Pace” Guglionesi (CB) A.S. 2015/2016
“La lettura non è che un surrogato del pensiero autonomo. Mentre
leggiamo, lasciamo che un altro guidi i nostri pensieri con le dande. Per
di più molti libri servono soltanto a farci vedere quante vie sbagliate ci
sono e come potremmo deviare malamente dalla via giusta, se ci
lasciassimo fuorviare da essi. Invece colui che è guidato dal genio, vale
a dire colui che pensa da sé, che pensa per volontà propria, che pensa
in modo giusto, è in possesso della bussola per trovare la via giusta.
Bisogna leggere, dunque, soltanto quando la sorgente dei pensieri
propri cessa di sgorgare; e ciò avverrà anche troppo spesso perfino
nella migliore mente. Invece, è un peccato contro lo spirito santo
scacciare i pensieri propri, dotati di energia primigenia, per prendere in
mano un libro.” .
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Pensare da sé è il momento irrinunciabile dell’epistemologia
della complessità, la tappa che, husserlianamente, ci consente
di attingere e osservare non i fatti, bensì le molteplici
essenze. Poiché se, come abbiamo visto, filosofia e scienza
sono in grado di offrirci una panoramica inclusiva del reale
solo collaborando l’una con l’altra, non è certo che tutti siano
in grado di adottare questa visione di cose. Compito della
pedagogia è, dunque, educare una generazione d’individui
capaci di pensare da sé, capaci di pensare di volontà propria,
di pensare in modo giusto. Solo attraverso una rifondazione
del sistema scolastico si può auspicare l’avvento d’individui
filosoficamente maturi, autonomi, intellettualmente fecondi,
capaci di comprendere la complessità del reale nei suoi
aspetti più pittoreschi, senza avvalersi di rappresentazioni
sociali, ma riflettendo in prima persona e problematizzando
l’oggetto delle loro rappresentazioni in maniera analitica e
solidale, per mezzo di un pensiero che non faccia violenza
alla realtà, ma che l’accudisca e l’osservi con cura e passione.
Il metodo incompleto
- «Credo che si tratti di una presa di coscienza tanto più importante
in quanto, fino a un’epoca molto recente, abbiamo convissuto con
l’idea che noi avremmo portato la storia a compimento, che la
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Occasum – Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’Occidente
nostra scienza avesse acquisito l’essenziale dei suoi principi e dei
suoi risultati, che la nostra ragione fosse finalmente a punto, che la
società industriale stabilizzasse la sua rotta, che i sottosviluppati si
sarebbero sviluppati, che gli sviluppati non fossero sottosviluppati.
Oggi non si tratta di sprofondare nell’apocalissi e nel millenarismo,
si tratta di vedere che siamo forse alla fine di una certa epoca e,
speriamo, agli esordi di tempi nuovi».
E. Morin, “Introduzione al pensiero complesso”
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Dopo quanto affermato in questo testo, termino questo mio
lavoro con una breve riflessione circa l’incompletezza del
metodo di Morin. In verità, mi tocca ammettere che, se
effettivamente dovessi affermare la mia personale e
soggettiva opinione a riguardo, definirei l’opera di Morin
come un’opera perfettamente compiuta nel suo proposito.
Tuttavia, almeno per onestà intellettuale, mi vedo ben
convinto nel dire che la sua è un’opera incompleta. Questo
perché al mondo non c’è nulla che, in sé, sia compiuto: la
complessità del reale ci spinge a credere che niente sia
definitivo e perfetto. Certo, come afferma anche Dante, è il
desiderio di perfezione interiore che ci anima, quello che
Nietzsche definisce “volontà di potenza”. L’uomo è questa
perenne tensione verso l’assoluto e, anche se la perfezione
esistesse, egli non si contenterebbe di essa.
“Da un essere umano, che cosa ci si può attendere? Lo si colmi di tutti
i beni di questo mondo, lo si sprofondi fino alla radice dei capelli nella
felicità, e anche oltre, fin sopra la testa, tanto che alla superficie della
felicità salgano solo bollicine, come sul pelo dell’acqua; gli si dia di che
vivere, al punto che non gli rimanga altro da fare che dormire, divorare
dolci e pensare alla sopravvivenza dell’umanità; ebbene, in questo
stesso istante, proprio lo stesso essere umano vi giocherà un brutto
tiro, per pura ingratitudine, solo per insultare. Egli metterà in gioco
perfino i dolci e si augurerà la più nociva assurdità, la più dispendiosa
sciocchezza, soltanto per aggiungere a questa positiva razionalità un
proprio funesto e fantastico elemento. Egli vorrà conservare le sue
stravaganti idee, la sua banale stupidità…” .
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Alessio Giordano 5ªA Liceo delle Scienze Umane “D. Pace” Guglionesi (CB) A.S. 2015/2016
Queste parole uscirono dalla penna dell’uomo che Friedrich
Nietzsche considerava il più grande psicologo di tutti i tempi:
Fëdor Michajlovič Dostoevskij. E tuttavia, per quanto
sembrino esprimere il lato negativo dell’essere umano, io le
voglio cogliere nel loro senso più profondo e recondito.
L’uomo è un essere che non è fatto per rimanere fermo e
buono lì dove lo si lasci: ha bisogno di spaziare, di fare
esperienze e di sperimentare la vita che ha dinanzi. L’uomo è
un essere dalle potenzialità infinite, capace di azioni
immensamente buone, o terribilmente malvagie. Eppure,
quest’uomo siamo noi. Questa è la nostra natura e il nostro
destino, del quale siamo artefici.
Il Metodo è allora incompleto. Che cosa significa ciò? Che c’è
qualcosa di più “perfetto” da scoprire.
“Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande
scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono
ancora neppur toccati. Certo allora non resta più domanda alcuna; e
appunto questa è la risposta” .
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All’incompletezza del metodo epistemologico di Morin si lega
una lunga tradizione di pensiero volta alla ricerca di un
fondamento gnoseologico inoppugnabile e incontrovertibile.
Al fine di comprendere meglio questo mondo che ci
circonda, consci delle nostre possibilità, ma consapevoli
soprattutto che, lì dove si è appena data una soluzione a un
quesito, ne nasce un altro, riflettiamo sulla domanda che
sorge dalle ceneri dell’interrogativo dell’Occidente: “Cosa è
l’essente? Perché in generale si dà qualcosa? Perché non il
nulla?” Termina con questi quesiti il mio umile tentativo di
offrire uno sguardo sul tramonto dell’Occidente; domande le
quali io, ahimè, non sono attualmente in grado di dare una
risposta. Tuttavia abbiamo imparato che, in filosofia,
l’impostazione del quesito sembra essere più importante della
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Occasum – Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’Occidente
riposta, e allora è su questo che è necessario lavorare,
cercando il modo più rigoroso per impostare correttamente i
temi della domanda. Forse, quando questa finalmente avrà
trovato la sua rigorizzazione, anche la risposta verrà a galla
come una boa nell’oceano sconfinato dell’essere. Quale
compito spetta dunque alla filosofia? Il compito permanente
del filosofare è quello di consentire all’uomo di diventare
veramente se stesso nel prender coscienza dell’essere. Nella
necessità che oggi ci angoscia, la comunicazione ci appare
come un’esigenza fondamentale. Chiarirla nei modi
dell’Umgreifende, partendo dalle sue molteplici origini,
costituisce il tema principale della ricerca filosofica, mentre
accostarsi alla comunicazione in tutte le sue possibili
realizzazioni è il compito quotidiano della vita filosofica.
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Alessio Giordano 5ªA Liceo delle Scienze Umane “D. Pace” Guglionesi (CB) A.S. 2015/2016
M. C. Escher - Magic Mirror (1946)
«Il compito del pensare, oggi, come lo
vedo io, è in qualche modo tanto nuovo
da esigere un metodo anch’esso
assolutamente nuovo. E questo metodo
può essere ottenuto solo attraverso il
dialogo diretto da persona a persona, e
attraverso un lungo apprendistato ed in
una certa misura attraverso l’esercizio
della visione del pensare. In poche
parole, questa modalità del pensare è
concepibile solo per pochi uomini,
inizialmente; può però in seguito essere
comunicato agli altri tramite i diversi
ambiti dell’educazione».
M. Heidegger, La questione del pensare
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Occasum – Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’Occidente
Appendice – I fondamenti analitici del sapere
«Una volta non c’era nessuno, ma chi l’avrebbe mai detto? Nessuno,
appunto: siccome non c’era nessuno, nessuno diceva niente. Così questa
storia che non c’era nessuno era molto strana. Era vera, senz’altro,
perché in effetti non c’era nessuno, ma nessuno poteva dirla. Prima o
poi ci fu qualcuno, ma le stranezze non erano finite. Quando qualcuno
cominciò a raccontare la storia che una volta non c’era nessuno, gli altri
aggrottarono la fronte e sollevarono enormi punti interrogativi. Perché
come si faceva a sapere che una volta non c’era nessuno? Quando non
c’era nessuno, non c’era nessuno a saperlo, e il momento che ci fu
qualcuno non si poteva certo dire
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